Chi è fuggito e chi è rimasto. Padura narra la resa di Cuba

"Come polvere al vento" racconta la disillusione di chi ha vissuto la fine del sogno rivoluzionario. Il fallimento non è solamente ideologico: si è concretizzato in una crisi economica radicale

Chi è fuggito e chi è rimasto. Padura narra la resa di Cuba

«Il grande romanzo della diaspora cubana» ha definito il quotidiano spagnolo El Pais questo fluviale romanzo di Leonardo Padura, Come polvere nel vento (Bompiani, traduzione di Bruno Arpaia, pagg. 743, euro 22). Classe 1955, Padura è uno di quegli scrittori che da Cuba non se ne sono mai andati, e che erano adolescenti quando ancora il mito castrista e guevarista fungeva da cassa di risonanza ideologica, trentenni quando la dissoluzione dell'Urss si trasformò in una catastrofe per il regime, di colpo trovatosi privo di quell'aiuto, non solo economico, che Mosca e l'intero sistema di alleanze del Patto di Varsavia gli avevano sino ad allora garantito. La galassia dei Paesi socialisti permetteva alla piccola isola un interscambio anche intellettuale, tirocini, borse di studio, viaggi culturali e insomma ciò che l'Occidente, per quanto comunista, aveva di meglio nel più vasto campo dell'educazione, dando in tal modo alle giovani generazioni cubane la speranza e/o l'illusione di non considerare né irrilevanti né fallimentari gli sforzi per una laurea e per un ruolo riconosciuto all'interno del Paese. Per certi versi, quel sistema di alleanze aveva fatto sì che alcune eccellenze cubane, già presenti nella Cuba pre-castrista, la medicina, per fare un solo esempio, un'alfabetizzazione all'80 per cento, uscissero non troppo malconce dalla glaciazione ideologica provocata da un lato dal marxismo nazionalista di Castro, dall'altro dall'incapacità politica degli Stati Uniti ad accettare che un'isola sino al giorno prima legata agli affari, e al malaffare, made in Usa volesse difendere la propria indipendenza.

La diaspora che è la protagonista del romanzo di Padura, a oggi tre milioni di esuli a fronte di una popolazione di 11 milioni, è dunque particolarmente significativa perché non ha tanto o solo a che fare con un dissidio ideologico o con battaglie ideali, libertà versus repressione, democrazia versus dittatura, ma soprattutto con un fallimento economico, sociale e politico, il dover prendere atto che quel sistema da solo non è mai stato in grado di camminare, era ed è artificiale. Prima, ovvero alla fine del secolo scorso, c'erano state altre partenze per l'esilio: «Quelle di coloro che partivano quasi come fuggitivi negli anni Sessanta, dopo aver perso il lavoro, i beni, la cittadinanza e in molti casi dopo aver trascorso mesi a lavorare nei campi di canne da zucchero, come condannati. Quelli che erano saliti a bordo delle lance arrivate al porto del Mariel, nel 1980, insultati dalla folla che li definiva scorie, antisociali, froci o puttane ed erano persino vittime di aggressioni fisiche da parte di orde di esaltati rivoluzionari».

Come polvere nel vento è insomma un romanzo doppiamente generazionale, perché racconta il prendere atto della disillusione di chi, come lo stesso Padura e i protagonisti del libro che ne rispecchiano l'età, Clara e Darìo, Irvin e Joel, assiste attonito alla fine del mito rivoluzionario: «La demolizione proseguiva a ritmo sempre più accelerato e il paese rimaneva senza alleati politici, ma soprattutto senza cibo, petrolio, trasporti, elettricità, medicine, carta e persino sigarette e rum, e si decretava l'arrivo di un nuovo momento storico che con amabile eufemismo venne battezzato come Periodo Speciale in Tempi di Pace. Un periodo. Quanto dura un periodo? (...). La cosa evidente fu che la realtà dell'isola entrò in un tunnel buio la cui uscita non si intravedeva».

Altresì racconta di chi, come Marcos, il figlio di Clara, un quarto di secolo dopo, si trova a constatare che «le persone della mia età sono cresciute in un'epoca in cui non c'era niente e sono venute su senza credere in nulla. Al massimo nel sopravvivere (...). La maggior parte non si ricorda nemmeno che c'è stato un muro di Berlino e che i sovietici erano nostri fratelli. Non gli interessa la politica e non si bevono le storie dei politici che ci sarà un futuro migliore, non li ascoltano neanche, e cercano quel meglio da soli, come possono. Quelli che rimangono a Cuba continuano a inventare, e gli altri, be', ce ne siamo andati, e siamo in tanti».
Padura è abile nel riannodare questi doppi fili generazionali e renderli funzionali a una storia, forse fin troppo abile, nel senso che a volte si ha l'impressione che il caso o il destino siano un po' troppo teleguidati... Di Padura il pubblico italiano conosce soprattutto i noir che hanno per protagonista Mario Conde, un poliziotto che beve per dimenticare e che sarebbe voluto essere uno scrittore. Qui la storia è quella di una casa, la casa di Fontanar, dove nel gennaio del 1990 Clara e Darìo, un lavoro nell'editoria lei, un chirurgo lui, festeggiano con un gruppo di amici il compleanno della prima, trent'anni, ma in fondo di tutti, fra loro coetanei, figli e figlie del regime cubano, tutti con studi universitari alle spalle, e con l'essere cresciuti credendo nell'idea di una società più giusta e più eguale. Quell'anno, però, è appunto l'ultimo di una vita e una fede in comune: la crisi economica, l'infrangersi dei sogni di gioventù, un malessere esistenziale, vuol dire partire, chi per la Spagna, chi per l'Argentina, chi per gli Stati Uniti... Qui, trent'anni dopo, l'incontro fra Marcos, il figlio di Clara, e Adela, la figlia di Elisa, quest'ultima la più insofferente, la più decisa a tagliare ogni legame con il passato, provocherà un viaggio all'indietro, in cerca di radici come di verità.

Ciò che alla fine emerge dal romanzo, che può anche essere letto come una storia d'amore e di espiazione, e persino come un poliziesco di stampo psicologico (Padura non si fa mancare niente...) è proprio questa sensazione di stanchezza mentale, di resa. C'è sì la perdita della patria, ma nessuno pensa, un domani, di ritornare: «Per un motivo o per l'altro, avevano smesso di credere o di credere di credere o di far credere agli altri che credevano». Quanto a chi invece è rimasto, e dopotutto Padura è uno di questi, il motivo di fondo è che «nonostante tutto era più facile restare che ricostruirsi».

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