Cracking Art e la nuova natura creata dall'uomo

A Tollegno (Biella) una grande installazione inedita, composta da oltre 400 elementi floreali in plastica rigenerata. Il collettivo Cracking Art per la prima volta non raffigura animali ma trae ispirazione dal mondo vegetale

Cracking Art e la nuova natura creata dall'uomo

Dal 3 giugno al 23 luglio 2021, negli spazi industriali di Tollegno1900 (a Tollegno, Biella), Cracking Art porta "La natura che non c'era". Una grande installazione inedita, composta da oltre 400 elementi floreali in plastica rigenerata. Per la prima volta il collettivo di Biella non raffigura animali, ma trae ispirazione dal mondo vegetale; e, sempre per la prima volta, le opere non vengono create dagli stampi, ma modellate a mano, trasformando la plastica da materiale "ripetitivo" per eccellenza a elemento "plasmabile", mai uguale a sé stesso. Una nuova Natura creata dall'uomo, che rinasce sotto forma diversa, abbandonando l'omogeneità nella quale si cerca di costringerla; e che evoca la necessità di riconciliazione tra l'essere umano e ciò che egli stesso crea, pensa, produce. Abbiamo incontrato gli artisti del collettivo per rivolgere loro alcune domande.

È la prima volta che realizzate un’opera manualmente. Chi di voi ha effettivamente creato i fiori?
"In realtà noi generalmente creiamo sempre il prototipo a mano, che poi viene realizzato attraverso degli stampi: questa è la prima volta che non passiamo dagli stampi, ed ecco perché ogni fiore è unico. Per quanto riguarda gli autori, come sempre si tratta di un lavoro di gruppo: non c’è mai un “chi l’ha fatto”, siamo un gruppo dove l’ego non esiste. Si tratta del lavoro di dieci mani".

Mi spiegate il titolo “La natura che non c'era”?
"Il titolo ci racconta di una natura che è stata creata dall’uomo. Il sottotitolo, “Ouverture al transumanesimo”, accenna proprio a questo nuovo uomo: perché è un processo che è iniziato da tempo e che stiamo vivendo in pieno adesso, la trasformazione è in atto e diventeremo sempre più artificiali, fino ad arrivare all’uomo-dio, una vera realtà aumentata. Non possiamo ancora capire quanto sia un bene o un male, ma questo e il futuro che ci aspetta".

Ancora parlando di vostre “prime volte”, c’è la scelta del mondo vegetale rispetto agli abituali animali: come mai?
"Beh, sempre di natura si tratta! L’idea nasce dal pensiero rivolto all’agricoltura: l’uomo fa innesti dalla notte dei tempi, dall’epoca di Virgilio; noi abbiamo fatto un innesto di natura artificiale, ma con l’intento di allontanare la comune idea che la natura si stia trasformando in qualcosa di artificiale, e quindi di stereotipato e di sempre uguale come evoca per sua ...”natura” la plastica. Per questo ogni pezzo, come dicevamo, è unico. Di una unicità tale che in realtà si trasforma senza neanche il nostro controllo totale, non sappiamo come diventerà".

Che tipo di rapporto avete instaurato con l'azienda TOLLEGNO 1900, che con questa operazione porta avanti l'iniziativa dei privati nell'arte e nella cultura in Italia, coinvolgendo però addirittura i propri spazi produttivi?
"Collaboriamo da diversi anni con Tollegno 1900, che produce lane pregiate, tra installazioni e capsule collection. Siamo vicini di casa e ci conosciamo da anni: amiamo entrambi il nostro territorio, ci teniamo molto alla natura ma anche all’economia, al lavoro e alla produzione che ci circondano, e questo connubio per noi è importante perché la sostenibilità non deve essere soltanto ambientale ma anche economica e sociale. Perciò stare all’interno di una fabbrica che ancora produce e funziona per noi significa essere dentro al mondo reale e non in un mondo utopico".

Come voi, peraltro, si sono resi protagonisti di un riciclo virtuoso, adibendo loro strutture in disuso ad attività legate all’arte.
"L’intento è quello, loro hanno avuto innanzitutto l’accortezza di non permettere il decadimento di questa parte che è la parte storica della fabbrica, utilizzandola finché è stato possibile e mantenendola. E adesso la loro visione del futuro è questa, sposarsi all’arte e alla cultura per trasmettere valori che vadano oltre la produzione. Molte aziende hanno capito l’importanza di questo: l’Olivetti, per fare un esempio storico e vicino a questo territorio, deve molto del suo successo al fatto che assumeva intellettuali e filosofi. E, se posso aggiungere, noi vorremmo un sovranismo girondino. Sembra una brutta parola, “sovranismo”, ma in realtà e bellissima, perché si tratta del potere del popolo per il popolo. L’Italia è pronta per questo, per recuperare l’arte nel luogo, per creare nel territorio. Le radici sono importanti: ecco perché i fiori che esponiamo in questo contesto le hanno in bella vista. Sono importanti perché crescono su un terreno particolare".

Ecco, tornando alle opere esposte: l’unicità dei pezzi comporta cambiamenti a livello di prezzo, di destinazione? Qual è il loro destino, verranno venduti come singoli?
"Questa installazione non è stata creata per essere venduta, ma per essere visitata; quindi i pezzi non sono in vendita, quello che speriamo è che le persone vengano qui a vederli. È un’opera realmente site specific, perché qui da un lato vedi la natura e dall’altro vedi la fabbrica. In realtà bisognerebbe venire anche se non ci fosse la nostra opera, perché è uno dei posti più importanti non solo per l’archeologia industriale, ma per l’industria stessa: quindi la forza energetica di questo luogo deriva anche dai capannoni dove vengono realizzati i filati. Un elemento notevole, qui, che sottolinea l’importanza del rapporto tra natura e produzione, è l’acqua: in questo luogo si trova l’acqua più leggera d’Europa, purissima e priva di calcare, fondamentale per la qualità dei filati".

Mi sono emozionata nella sala delle tartarughe, pensando che sono passati 20 anni dalle vostre tartarughe alla Biennale. Sono da poco stata a quella di architettura, e quello che emerge è la forte sinergia - sempre più inevitabile - tra l'architettura, il concetto e la sostenibilità.
"Queste sono strutture di fine Ottocento, ma erano già - in un certo senso - votate alla sostenibilità. Perché la sostenibilità non è soltanto una questione di materiali e fonti energetiche, ma anche un modo di costruire per chi dovrà vivere dentro le strutture. Devo dire che siamo fortunati a essere in questo territorio, tutto quello che viviamo deriva dalla sua stratificazione. Parliamo della vera rigenerazione, perché la vera rigenerazione è proprio questa. Noi abbiamo inventato già tutto e adesso è arrivato il momento non di cercare cose nuove, ma di vivere con la nostra storia, con quello che abbiamo".

Quanto ritenete importante che in quegli ambiti lo sforzo creativo debba essere orientato a queste tematiche? Posso fare architettura, design pensando al bello e basta, o magari anche all’utile ma dimenticandomi anche solo per un attimo del sostenibile, o non è più tempo di fronzoli?
"Il senso dell’economia circolare è sapere cosa diventerà quello che tu produci anche dopo che lo hai prodotto, perché non deve più esistere lo scarto, il rifiuto. L’era vissuta nei suoi strascichi fino ad oggi tra il consumismo e l’edonismo degli anni ’80, e via dicendo, seppur sia stata un’epoca che appariva felice, ora sta presentando il conto: quello che credevamo di gettare via in realtà non lo stavamo buttando, alla fine ti ritorna indietro. Ecco perché occorre pensare a cosa stiamo facendo e a quali conseguenze porterà. E l’economia circolare non è il riciclo, perché il riciclo e un concetto sbagliato: noi non dovremmo mai buttare niente, questo è il concetto che dobbiamo raggiungere. Se facciamo la plastica con la barbabietola sappiamo già che quella plastica potrà essere riutilizzata in un altro modo: ecco che si può creare un circuito".

I lupi in tutto questo cosa c'entrano, perché c’è un intero piano dedicato a loro?
"A noi piace sempre giocare un po’ con l’ironia. Siamo in un lanificio, e l’animale che “nutre” il lanificio è la pecora. Storicamente, il nemico numero uno della pecora è il lupo che se la mangia. Quindi noi cerchiamo di riconciliarli: i lupi in questo luogo stanno facendo la guardia a un libro di fotografie che ritrae centinaia di pecore che hanno vissuto qui e che hanno dato molta lana. Loro sono i protettori di queste pecore, cercano questo nuovo equilibrio. Il lupo, che noi abbiamo sempre cacciato pensando che sia un animale aggressivo, è in realtà un tipo che sta per i fatti suoi e se mangia la pecora è perché ha fame. Siamo noi che vogliamo sfruttare le pecore, e quindi ci dispiace se uno ce le ammazza. Ecco perché siamo noi a dover cercare questa sorta di pacificazione".

Bello! Io per un attimo avevo pensato potesse essere perché l'emergenza è pressante, tutti stanno gridando “al lupo al lupo”, ma bisogna veramente fare qualcosa...
"Anche! D’altronde non è che vogliamo dare un messaggio univoco. Ma anche perché si grida “al lupo al lupo”, ma probabilmente è il lupo che dovrebbe gridare “all’uomo all’uomo”. Cosa che magari fa, ma noi non capiamo cosa dice. Lupo e uomo, alla fine, sono la stessa cosa per noi".

Avete mai ipotizzato di abbandonare il vostro marchio di fabbrica e utilizzare un altro media espressivo?
"Per Cracking è sempre stato importante mantenere l’idea e la direzione che sono state prese all’inizio e che hanno attraversato quasi 25 anni di storia. È una visione che non ci ha stancati ma che soprattutto ci permette di essere ancora attuali. Il tema plastica non si esaurisce mai, permette di creare sempre dibattito su questa nostra visione del mondo che cambia; noi, addirittura, vorremmo che la plastica venisse vista come materiale sacro: questo non è ancora avvenuto, quindi non abbiamo ancora raggiunto l’obiettivo. Quello che fa l’uomo con la natura è importante e con essa deve confrontarsi. Noi, come collettivo, cerchiamo di esprimere questi concetti, poi ognuno a livello personale fa cose diverse che si riflettono nel lavoro comune. In passato abbiamo pensato a rapportarci con altre arti, a lavorare con spettacoli teatrali o a legarci a un discorso musicale, ma rimangono degli eventi isolati".