Cronache dall'inferno di Leningrado

L'incredibile diario di Lena Muchina, ritrovato dopo decenni, racconta quel terribile assedio come nessuno ha mai fatto

Un fante russo asserragliato nella periferia di Leningrado
Un fante russo asserragliato nella periferia di Leningrado

Frammenti. Echi di vita normale e terribile. Un messaggio in bottiglia sopravvissuto al maremoto della Storia e della guerra. È questa la sensazione che si ha leggendo il diario di Lena Muchina, appena pubblicato da Mondadori (Il diario di Lena, pagg. 352, euro 16,50, trad. di Valentina Parisi). Il documento ha, di per sé, una sua eccezionalità: non sono molti i diari personali sopravvissuti all'assedio di Leningrado durante la Seconda Guerra mondiale (la città stretta in una garrota di fuoco e acciaio per 862 giorni, almeno 800mila vittime, più di 2mila casi di antropofagia registrati tra gli assediati). A San Pietroburgo (il nome attuale della città) esiste un museo, che ne conserva alcuni. Il più noto è quello del filologo Dmitrij Lichacev.
Il diario di Lena però, che in Russia è stato pubblicato nel 2011, dopo essere stato ritrovato nell'Archivio del Partito comunista di Leningrado (oggi Archivio Statale Centrale della documentazione storico-politica di San Pietroburgo) in cui giaceva dal 1962, ha tutta un'altra presa, un'altra forza. Per dirla con le parole di Sergej Jarov, ricercatore dell'Accademia delle Scienze di San Pietroburgo, leggendo il diario ci si trova di «fronte alla continua analisi del mondo che circonda la protagonista. In una narrazione che è come un vulcano di emozioni». Ed è vero.
La giovane Lena, allora diciassettenne, può infatti essere, senza retorica, considerata la Anna Frank di Leningrado. Ma veniamo ai fatti narrati. Lena era nata il 21 novembre 1924 a Ufa, negli Urali. Alla vigilia dell'invasione tedesca viveva, ignara come tutti del pericolo incombente, a Leningrado assieme alla zia, Elena Nikolaevnaja (ma nel diario Lena la chiama spesso mamma). La vera madre Marija, sorella di Elena, infatti soffriva di una grave malattia e non era più in grado di occuparsi di lei. Nel maggio del 1941, quando il diario inizia, Lena è intenta a sostenere gli esami dell'ottava classe, ad arrangiarsi coi pochi soldi che guadagna la zia e con la difficile vita in un appartamento collettivizzato. Ma sostanzialmente è felice, e tra un test e l'altro trova pure il tempo di corteggiare, molto pudicamente, uno dei belli della scuola, Volodja. Poi il 22 giugno del 1941 tutto cambia. Lena scrive: «Alle ore 12.15 il compagno Molotov... ha comunicato che stamattina alle 4 le truppe tedesche, senza dichiarare guerra, hanno sferrato l'attacco». All'inizio Lena crede ai comunicati ufficiali che parlano di resistenza e di vittoria. Però qualcosa intuisce: «non si riesce comunque a soffocare l'inquietudine». In brevissimo tempo inizia a diventarle chiaro che i tedeschi avanzano ovunque e tra i loro bersagli c'è proprio Lenigrado. 29 agosto: «I tedeschi hanno preso Dnepropetrovsk... In città costruiscono punti di fuoco permanenti. Leningrado si sta trasformando in una fortezza». 2 settembre: «Il nemico è alle porte... A partire da oggi hanno diminuito la razione di cibo. Adesso riceviamo soltanto un chilo di pane al giorno». 8 settembre: Il rifugio era pieno di gente... Al di là della parete era tutto un rimbombare...». 16 Ottobre: «È arrivato l'inverno... I tedeschi premono sopra di noi come una parete insormontabile». 21 novembre (giorno del 17simo compleanno di Lena): «Che voglia terribile di mangiare. Ho un vuoto disgustoso nello stomaco... abbiamo la pancia vuota e il cuore colmo di tristezza». 8 febbraio 1942: «Ieri mattina è morta la mamma (intende la zia la vera madre era già morta, ndr). Sono rimasta sola».
Ma anche se quasi prossima alla follia, anche se invidia i morti, Lena non cede, si appella ad una residua forza interiore. Riesce a resistere sino alle prime evacuazioni di ragazzi e bambini del maggio 1942. Qui il diario si interrompe e gli scopritori si sono a lungo chiesto che fine avesse fatto Lena. Sono alla fine venuti in aiuto gli archivi degli occhiutissimi servizi di sicurezza dell'ex Urss. Per una volta la macchina di sorveglianza e oppressione del cittadino di Stalin ha avuto un risvolto positivo. Incrociando i dati è risultato che Lena Muchina, a differenza di Anna Frank si è salvata. È morta, anziana, a Mosca, nel 1991. E nemmeno ai suoi nipoti aveva mai raccontato di quel diario perduto.
Forse nemmeno lei si aspettava che il suo messaggio in bottiglia potesse sopravvivere alle onde della Storia.

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