Ecco l'ultimo uomo che ha fermato i barbari

Ezio, l'ultimo dei romani, nel 451 fermò Attila in una drammatica battaglia. Prolungando di un quarto di secolo l'esistenza dell'Impero d'Occidente

La sfida di Ezio, quando "l'ultimo dei romani" fermò Attila

Nella storia alcune figure hanno potuto diventare, o puntato a farlo, dei veri e propri katehon, dei poteri frenanti che con la loro visione strategica o con azioni personali hanno potuto influire sulla rapidità con cui si dispiegavano precisi processi storici. Nel fluire dei secoli, processi di lungo corso destinati ad arrivare a compimento hanno dovuto scontrarsi, temporanemaente, con figure di questo tipo. Il corso della storia, alla fine, prevale, il fiume supera ogni diga: ma queste personalità si ergono, sicuramente, a protagonisti di momenti che entrano nella memoria collettiva per la loro capacità di influenzare gli eventi.

Roma ha avuto una serie di katehon: Scipione l'Africano, Giulio Cesare, Diocleziano, Costantino. Ma una delle figure più simboliche, e profondamente tragiche, della storia classica dell'Urbe emerse alla fine dell'epoca di esistenza dell'Impero romano d'Occidente: Ezio, l'ultimo dei romani. Uomo e combattente nell'occhio del ciclone di uno Stato in disfacimento nel pieno del V secolo. Incamminato sul lungo viale del tramonto inaugurato dalla disfatta di Adrianopoli del 378 che si sarebbe concluso nel 476 con il silenzioso tonfo del regno di Romolo Augustolo. Perso tra il rimpiano di un passato non più ricreabile e un presente caratterizzato dalle invasioni e dalle penetrazioni dei popoli barbari. Presagio di Apocalisse, nell'Impero da poco più di un secolo cristianizzato, era parsa l'irruzione entro il continente europeo della popolazione che con le sue azioni aveva messo in movimento le altre stirpi che si erano affacciate ai confini imperiali tra IV e V secolo: gli Unni di Attila.

Il silenzioso tracollo dell'Impero romano, avvenuto nella capitale Ravenna, avrebbe potuto essere anticipato di un quarto di secolo e avvenire in forma ben più fragorosa, con conseguenze potenzialmente imprevedibili per l'intero corso della civiltà europea e occidentale se il genio militare di Ezio non si fosse frapposto tra il dilagare degli Unni e i resti dell'Impero in una calda e afosa giornata del giugno 451, nel pieno della Gallia controllata solo nominalmente dagli eredi dei Cesari. La battaglia dei Campi Catalaunici non invertì il trend declinista su cui Roma era già incamminata; non portò a una rinascita delle virtù guerriere dei "figli di Marte" e, in larga parte, fu uno scontro tra popoli barbari, con gli Unni e le tribù alleate da una parte della barricata e le popolazioni (Visigoti, Franchi, Burgundi, Sassoni) fedeli a Roma nel fronteggiare la marea montante proveniente dall'Asia centrale dall'altra. Ma alla testa dell'armata che, vicino all'attuale città di Troyes, inflisse una rovinosa disfatta agli uomini di Attila vi era un erede di razza della tradizione militare romana: un generale capace di essere stratega, condottiero sul campo, acuto politico. Un soldato figlio di soldati, come non si vedeva da secoli tra i comandanti romani promossi per fedeltà ai caduchi e pallidi imperatori alternati alle corti d'Occidente.

"Il padre, Gaudenzio, illustre cittadino della provincia di Scizia, era un soldato di carriera", nota Pangea, "mentre della madre si ignora il nome, ma si sa che era una nobile e ricca donna italica. Ezio nacque a Durostorum nella Mesia Seconda (l’attuale Silistra in Bulgaria) all’incirca nel 390. La città era un’antica fortezza legionaria lungo il Danubio, in cui, verso la fine del IV secolo, si trovavano probabilmente di stanza la legio XI Claudia, un’unità di fanteria limitanea, con il praefectus che la comandava, e l’auxilium dei milites". Formatosi nell'era delle guerre civili seguite alla morte del primo imperatore d'Occidente, Onorio, nel corso delle quali seppe anche creare empatia e considerazione con le truppe barbare, Ezio ebbe una folgorante ascesa alla carica di magister militum praesentalis iunior sotto la prima fase del regno di Valentiniano III, curato dalla reggenza della madre Galla Placidia, e conosceva da vicino gli Unni avendo stretto con loro alleanze tattiche contro i Visigoti per difendere la Gallia tra il 425 e il 435.

L'uomo Ezio, scaltro e attento conoscitore delle dinamiche in atto e della storia, capì che il futuro dell'Impero passava per la cooptazione dei "nuovi entranti" dell'agone europeo nel progetto imperiale, sia sul versante dell'etica militare che su quello politico, nel rilancio della romanità come principio guida della Res Publica indipendentemente dalla lingua, dalla religione e dalla provenienza etnica dei suoi difensori. L'esercito chiamato a fronteggiare Attila dopo che il sovrano unno, passando il Reno, si era lanciato nel saccheggio delle città romane e puntava a conquistare uno spazio autonomo nella ricca provincia della Gallia, era dunque unito sotto il profilo tattico, strategico e operativo. Gli storici parlano di un massacro cruento, di una rissa confusa in cui l'organizzazione romana ebbe la meglio sulla turba della cavalleria gallica. 165mila furono, secondo le cronache, i morti: un'esagerazione, probabilmente, ma che dà l'idea della dimensione del confronto. Ezio e Attila probabilmente si videro, a distanza, sulla collina della Gallia meridionale, nelle poche migliaia di metri in cui si svolse la battaglia. Incrociando gli sguardi e le armi romani e unni combatterono in un crocevia della civiltà contemporanea, che rese meno cruento e, paradossalmente, meno traumatico, il canto del cigno di Roma.

Solo la fuga dei Visigoti, passati nel campo romano col re Teodorico I, dopo la morte del sovrano evitò il totale annientamento degli Unni: dei barbari, ironia del destino, salvarono altri barbari al termine della battaglia che, per un giorno, riportò alla gloria le aquile delle legioni trionfatrici nei secoli passati. Una vittoria che segnò l'apogeo della carriera di Ezio ma ne causò, in ultima istanza, la rovina. Troppo visionario e troppo radicato in un'idea di Roma oramai tramontata e lontana dalla realtà della corte di Ravenna, Ezio fu inviso al principale consigliere di Valentiniano III, il suo successore Petronio Massimo, finendo vittima di intrighi di corte per accuse legate a una sua forte ambizione personale. In un drammatico confronto del 21 settembre 454 Valentiniano cominciò ad accusarlo di avere intenzione di deporlo e di avergli impedito di impadronirsi del controllo dell'Impero d'Oriente in seguito alla morte di Teodosio II permettendo l'ascesa di Marciano, per poi, insieme all'eunuco Eraclio, assalirlo e ucciderlo. La morte di Roma, in un certo senso, cominciò quel giorno. Quando intrighi e problematiche soffocarono l'ultimo tentativo di dare un progetto al futuro dell'Impero. Il katehon Ezio, protagonista nel lungo corso della storia, cadde solo ed esclusivamente per la pulsione autodistruttiva che pervadeva i poteri imperiali. Un'eterogenesi dei fini drammatica per un uomo che sognò una nuova alba per l'Impero.