Il Festival dei Sensi tra arte ed emozioni

Dal 28 al 30 agosto torna in Valle D'Itria il Festival dei Sensi. Al centro dell'undicesima edizione il rapporto tra arte ed emozioni. Ne abbiamo parlato con la storica dell’arte e della filosofia Angela Vattese

Il Festival dei Sensi tra arte ed emozioni

Dal 28 al 30 agosto torna in Valle D'Itria il Festival dei Sensi. Giunto alla sua undicesima edizione, questo evento diffuso sarà quest’anno dedicato alle emozioni.

Tra gli incontri di quest’anno, si parlerà di felicità con lo psicologo Paolo Legrenzi e di seduzione con il neuroscienziato Giorgio Vallortigara. Antonio Perazzi e Mario Cucinella racconteranno le città del futuro. Spazio anche al teatro con Isa Danieli, Elio De Capitani e Cristina Crippa, e a un incontro sulle emozioni in politica con Elsa Fornero e il sindaco di Bari Antonio Decaro.
Venerdì 28 agosto alle 22 al Parco del Vaglio di Locorotondo, invece, sarà protagonista l'arte con Franco Toselli e la storica dell’arte Angela Vettese, in un confronto dal titolo "Abbiamo desideri che vogliamo realizzare".

Angela Vettese è direttore del Corso di Laurea in Arti Visive e Moda, Dipartimento di Culture del Progetto all’Università Iuav di Venezia. Storica dell’arte e della filosofia, accademica e curatrice, ha collaborato con Domus, Abitare, Flash Art International e Frieze, insegnato Storia dell’Arte alle Accademie delle Belle Arti di Milano e Venezia ed è stata direttrice della Galleria Civica di Modena e della Fondazione Arnaldo Pomodoro.

Le abbiamo fatto alcune domande sul rapporto tra l’arte e le emozioni e non solo.

La capacità di rendere sensibili le emozioni è forse una delle caratteristiche primarie dell'artista, quasi al pari della tecnica. Ma prima dell'arte contemporanea era altrettanto importante?

Dipende da cosa intendiamo per emozioni. L'arte cattolica, soprattutto dopo il Concilio di Trento, è stata volta ad alimentare la fede attraverso una sollecitazione dell’emotività che ben vediamo, che so, in Bernini o in Correggio o in Pontormo. Commuovere è stato poi il verbo di tanta arte romantica ottocentesca, fino ad arrivare, nel Novecento, all’orrore descritto da Francis Bacon o di film come Apocalypse Now di Coppola.

Solo ciò che emoziona è degno di essere rappresentato?

Certo che no. La rappresentazione ha spesso prediletto il sacro, il potere, un certo ideale di vita, eventi storici. Concentrarsi sulla risposta emotiva è una scelta fatta da Michelangelo o Caravaggio, ma non dalla maggior parte dell’arte bizantina o dall’arte concettuale del Novecento.

Può avere senso creare dell'arte che emozioni l'artista, ma soltanto lui?

Credo che qualsiasi opera concentrata solo sull’io di chi la fa non sia molto interessante: se un'opera non coinvolge l'altro, colui che guarda, se non imposta come obiettivo almeno un rispecchiamento dell’altro, se non si pone come atto comunicativo, ho delle difficoltà a riconoscerla come arte. Ciascuno può desiderare di esprimere se stesso per parole o per immagini, ma un conto è il mio personale diario e un altro la Recherche di Proust, nata per suscitare risonanze in chi legge.

Le sedi dell'arte furono prima le chiese, poi i musei. Crede sia possibile che adattandosi ai tempi odierni - compresa la deriva dovuta alla complessa situazione attuale - ci si possa aspettare uno spostamento dell'arte verso il mondo virtuale e social?

Gli atti comunicativi, e tra questi le opere d'arte, hanno sempre invaso qualsiasi territorio, naturale o tecnologico che fosse. Non vedo perché una scultura in un lago non sia lecita, non vedo perché un video on line non meriti l'appellativo di arte, quando ne abbia l'intenzione e l'impegno. Del resto è da quando è nato internet che esistono opere per la rete e su di essa, come riflessioni sulla sua natura, dal duo Jodi a Hito Steyerl.

Quanto è importante essere "sul pezzo" rispetto alla contemporaneità in tutti i suoi aspetti - e quindi non soltanto rispetto alla situazione dell'arte stessa - per creare dell'arte che sia veramente segno dei tempi?

Dante ha descritto il suo mondo, persino nelle piccinerie della Firenze che lo aveva cacciato, per arrivare al massimo dell’universalità. Chiunque parte dal proprio “qui e ora” e, se è capace di farlo, lo trascende. Un'opera di Andy Warhol ci parla del suo presente e dei suoi luoghi, la New York degli anni Sessanta: per esempio due persone che si baciano filmate in modo impertinente; ma da qui arrivano a parlare degli aspetti più generali e ricorrenti della relazione fisica, dalla complicità alla sopraffazione al piacere alla nausea.

Mi è capitato di vedere artisti raccontare solo ora dell'alienazione e dell'isolamento, sulla scia di quello che capita quest'anno, e rendersi conto che raccontavano però qualcosa che non era per nulla nuovo. Si tratta di mancanza di sensibilità e visionarietà, o l'impatto emotivo di un anno particolarmente emotivo mette con le spalle al muro e smuove le coscienze?

Siamo reduci da un trauma e forse altri simili ci attendono. Dove non è riuscito l’ambientalismo, spiegarci che siamo in troppi, viaggiamo troppo, accantoniamo troppo facilmente le necessità della natura, è riuscito un virus. Ovvio che ora l'arte rifletta su questo tema. Però l'ha fatto anche in passato: l'intera opera di Joseph Beuys, per esempio, tra gli anni sessanta e ottanta non ha fatto che intravedere il futuro su di un pianeta malato e immaginare possibili terapie, tra cui un nuovo rapporto con vegetali e animali.

La funzione consolatoria dell'arte può diventare particolarmente importante in questi tempi?

Non credo che l'arte sia sempre volta a consolare. Spesso invece addolora, soprattutto quando individua o denuncia realtà che ci paiono inaccettabili. È difficile fare colare dalla sfera razionale a quella del sistema limbico certe antipatiche verità. In questo l'arte può aiutare, per esempio quando ci mostra come sia inesorabile invecchiare è morire, dalle “tre età della donna” di Gustav Klimt al video “Passing” di Bill Viola, in cui si passa dalla vitalità dei suoi bambini alla morte della madre.

Al Festival dei Sensi lei si confronterà con Franco Toselli. Definirlo gallerista è certamente riduttivo: un agitatore culturale, forse un artista egli stesso...

Un giocatore d'azzardo dall'aria mite, un cercatore di tartufi inquietanti - le opere degli artisti più innovativi e spesso anche disturbanti - che ha saputo proporci con tempestività quasi magica artisti come Tony Cragg o i fratelli Chapman.

Ma com'è la situazione delle piccole e medie gallerie, in tempi in cui il mercato dell'arte pare cambiare a favore di quelle grandi o delle grandi fiere? Riescono ancora a farcela, e soprattutto a dare il loro apporto dal punto di vista culturale?

Il loro apporto culturale è importante, perché operano sulla base di passioni individuali in cui la necessità del guadagno non è il primo né il solo motore. Ma certo, tra la crisi economica e l'importanza assunta di recente da gallerie potentissime, quasi holding cultural-finanziarie che operano a livello intercontinentale, la loro sopravvivenza è in pericolo.

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