L'unica utopia possibile? Il villaggio della tradizione

Educazione antimoderna, culto dei classici, una disciplina «affettuosa» ma rigida, nessuna suddivisione del lavoro, autarchia. Ecco la terra promessa del XXI secolo

L'unica utopia possibile? Il villaggio della tradizione

Può un romanzo sostanzialmente privo di trama, il semplice affresco di un villaggio utopico, fare un fascio di tutti i miti della modernità e dimostrare con garbo e delicatezza quanto siano infondati e superati? Evidentemente sì, come possono verificare i lettori di Il risveglio della signorina Prim , romanzo d'esordio di Natalia Sanmartin Fenollera, nata in Galizia nel '70, da poco pubblicato da Mondadori (pagg. 264, euro 16,50). E diventato in Spagna il caso letterario dell'anno.

Centro del romanzo è la vita del villaggio di Sant'Ireneo di Arnois, una colonia in cui si sono appartate persone che condividono il gusto per tutto ciò che è bello, sublime, equilibrato. È qui che, rispondendo a un'offerta di lavoro come bibliotecaria, si reca Prudencia Prim, giovane ed emancipata rappresentante della modernità. La quale, nella vita armonica e anticonformista di questa pacifica comunità internazionale, ritroverà un'eco della nostalgia per la bellezza che pur si agita sotto la sua «durezza e ansia modernista». A Sant'Ireneo la bellezza è evidente innanzi tutto nelle cose, in quegli oggetti vecchi, che «erano stati tutti vissuti, rattoppati, consumati», nelle case piene di caminetti accesi, nei giardini curati, nelle cucine che «evocano un'infanzia perfetta, un'infanzia che sapeva di pane appena fatto, di frittelle, di torta al cioccolato, di biscotti e ciambelle». La bellezza è nella generosa ospitalità che ogni abitante cura preparando personalmente torte, cioccolata in tazza e thè di Krasnodar, come già aveva fatto Emily Brontë «che andava avanti e indietro per la cucina con il libro di tedesco in mano, mentre badava al pane che cuoceva in forno».

Già, perché il centro dell'utopia è nell'educazione deliberatamente antimoderna. «Molte famiglie di Sant'Ireneo investivano tutto il loro tempo e la loro formazione, in alcuni casi una formazione eccellente e molto particolare, nel gestire personalmente l'educazione dei propri figli e nel dare lezione a quelli altrui, occupazione che godeva di enorme prestigio sociale»: chi li introduce ai testi classici nelle lingue originali, chi li porta a visitare la Galleria Tret'jakovskaja di Mosca, chi insegna loro a dipingere, chi li aiuta a mettere in scena Eschilo, Sofocle, Shakespeare, Molière. Poca, pochissima scuola e invece tanta «educazione come avventura accademica entusiasmante». In questa educazione-istruzione, a ben vedere, non c'è nulla di improvvisato: tutto è stato ben progettato dal «signore dello scranno», l'iniziatore e il primo dei cittadini di questa colonia tradizionalista. È questi un personaggio di cui viene taciuto il nome ma non il percorso intellettuale e umano, un convertito, grande esperto di lingue antiche, che si guadagna da vivere con coltissime conferenze che tiene di tanto in tanto per gli abitanti di quel mondo da cui è fuggito. I bambini di Sant'Ireneo, invece, si addestrano alla scherma come antichi cavalieri, studiano con grande disciplina, «una disciplina affettuosa, ma pur sempre disciplina», leggono Jane Austen e discutono di mr. Darcy, riproducono la Trinità di Rublëv... Sullo sfondo, sembrerebbe, c'è quell'educazione il cui fine il cardinal Newman indicava nel «creare gentiluomini, non specialisti» (e a Newman si deve l'epigrafe del libro).

Opponendosi alla specializzazione e alla divisione del lavoro tutta moderna, la vita sociale del villaggio si basa invece su passioni vissute con entusiasmo e disciplina: una ex-giornalista si dedica all'iconografia medievale, una ex-farmacista tiene corsi di pittura, l'ex-dirigente di una clinica per dimagrire ha aperto un forno: «Avevo bisogno di un po' di semplicità - afferma. - E cosa c'è di più semplice del pane?».

Come ogni utopia, anche questa deve fare i conti con la sopravvivenza economica. Ed ecco emergere gradualmente la descrizione di un'economia autarchica, artigianale, sobria e finanche austera, strumentale a una vita dello spirito che occupa tutto lo spazio possibile. Lo dimostrano i ritmi di lavoro: le canoniche otto ore giornaliere sono qui considerate uno stato di semi-schiavitù anacronistico e intollerabile. Normali sono invece cinque o sei ore, che permettono di «dedicare tempo allo studio e alla lettura - due pilastri della nostra comunità», come afferma un'autorevole femminista di Sant'Ireneo. Ah, sì, perché in questo villaggio c'è anche una Lega femminista tradizionalista con cui la signorina Prim non può non scontrarsi, viste le sue concezioni conformistiche sul matrimonio.

Nel corso del romanzo, come avverte il titolo, avverrà il risveglio della colta bibliotecaria, un risveglio che ha il sapore delle piccole cose fatte bene («Ai monaci certosini, durante il noviziato, si insegna a chiudere le porte con cura, senza spingerle, né lasciare che si chiudano da sole»), del silenzio, del rispetto reciproco, del lavoro e della disciplina. E avrà luogo in Italia, il luogo della bellezza. Spiace, in questo culto delle piccole cose, l'uso dell'aggettivo «isabelliano» per John Donne (per la lingua spagnola «Elisabetta» e «Isabella» sono lo stesso nome, dunque John Donne, in italiano, è un poeta «elisabettiano») e l'acciaccata trascrizione greca del Papiro Rylands 52 .

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