Napoleone sul "precipizio degli anni": l'esilio diventa romanzo storico

Per gentile concessione dell'editore Ianieri pubblichiamo un estratto del di Federica Nardo "Mare", romanzo storico che ha come protagonista Napoleone Bonaparte

Napoleone sul "precipizio degli anni": l'esilio diventa romanzo storico

Per gentile concessione dell'editore Ianieri pubblichiamo un estratto del di Federica Nardo "Mare", romanzo storico che ha come protagonista Napoleone Bonaparte

Si svegliò infastidito da uno sfrigolio stridente, un suono metallico e cupo, sordo, lontano, e dalla pesantezza di un sussurro, eppure così fastidiosamente incessante. Tese l’orecchio: oltre a quella martellante cantilena tutto taceva nella notte, sembrava che quel rumore fosse percepito solo da lui. Che fosse il rumore dell’uragano della sua coscienza palesatosi in quella strana forma di disarmonico fantasma venuto a limargli l’anima e i timpani?

Due colpi di cannone a salve gli rivelarono l’ora: mezzanotte in punto. Quel segnale a largo era nell’esatto intermezzo tra la luce e il buio e annunciava il cambio della guardia, la sua guardia.

Chiuse gli occhi cercando di riaddormentarsi, ma quel suono rugginoso aveva risvegliato in lui gli echi di quella canzonetta che aveva sentito al mattino:

Senti soavi zefiri
Che scherzan sussurrando,
E strisciano baciando L’Imperial tuo crin Vedi come saltellano
In seno all’onda amara Tonni e delfini a gara Quasi per farti onor…

Lo schernivano con dei versetti di bassa estrazione, tracciati probabilmente nelle peggiori osterie.

Cercò di rimuovere quei pensieri ostili dalla sua mente. Si alzò, come preso da una sorta di irrefrenabile frenesia: scattò fino al piccolo catino in rame che era posto in prossimità del letto da campo in cui dormiva, vi versò dell’acqua e si sciacquò il viso, ma non bastò a distogliere la sua mente da quella cantilena quasi infantile, quella filastrocca ingiuriante. Appoggiò le mani sul tavolino di legno sul quale era posta la bacinella, tenendo il viso umido a mezz’aria, mentre le gocce d’acqua dalla sua pelle vi scivolavano all’interno.

Minuti interminabili di vuoto in cui le tempie non smettevano di pulsare. Poi, impulsivamente, immerse completamente il volto nella piccola tinozza e un urlo muto si disperse nei pochi litri d’acqua che essa conteneva.

Si asciugò e uscì dalla tenda che aveva fatto allestire in quel luogo ameno e solitario. Uno spicchio di luna, malinconicamente coperto a tratti da alcuni cirri, illuminava il santuario della Madonna del Monte che si estendeva a pochi metri da lui: l’edificio era raccolto e solitario, dalla compostezza commovente, in mezzo ai castagni le cui fronde stormivano ai primi soffi sibillini di quel lieve vento che si era da poco innalzato e che annunciava l’ormai prossimo inizio della nuova stagione: settembre era ormai alle porte.

Inspirò, mentre si ergeva su quello che per lui era il precipizio degli anni. Seduto sullo scoglio scosceso della vita, osservava meditabondo i contorni perfetti di quel luogo fuori dal tempo. Si sentiva come smarrito in quella realtà che non possedeva ancora, in quel corpo evidentemente ingrassato che non riusciva più a dominare a causa della monotonia dei mesi che erano trascorsi lenti. A tratti qualche foglia si staccava dagli alti rami e cadeva nell’acqua di alcune piccole pozzanghere che si erano formate a seguito di qualche breve temporale ed egli pensava a come il cadere delle foglie assomigliasse all’effimero scorrere degli anni. Aveva deciso di fuggire lì, in quell’eremo lontano, circondato dalla macchia verde che tanto gli ricordava i cedui di Fontainebleau e Malmaison nei quali tanto amava galoppare, folle di passione per la vita e per l’opera che aveva tessuto, il capolavoro del suo genio e della sua determinazione che lo avevano portato a dominare l’Europa intera.

E adesso?

Adesso si ritrovava lì, in quell’Italia che gli aveva dato i natali, in quell’Italia per cui aveva combattuto affinché potesse riappropriarsi della Corsica in cui l’idioma di Dante veniva ancora parlato, quella lingua che aveva sentito i suoi vagiti divenire parole e che, una volta arrivato sul suolo francese, gli aveva fatto attribuire l’appellativo paille-au-nez, paglia al naso, per quell’accento così insolito e, a tratti, buffo.

Avrebbe dovuto essere contento: l’isola d’Elba era pur sempre un piccolo regno, era sempre meglio che risiedere in un’angusta casa su territorio inglese guardato a vista per ogni suo movimento.

Eppure… Eppure malgrado il suo carattere, la sua tempra, i suoi spigolosi tratti italici, il suo animo era divenuto ormai totalmente francese, il suo cuore era a Parigi e non aveva pensieri che per la Francia, quella Francia che l’aveva visto diventare uomo, quella Francia che lo aveva trasformato da Bonaparte a Napoleone.

Il fascio di luce lunare si spostò e illuminò il profilo di una lacrima che, compunta, stava sgorgando silenziosa da uno dei suoi occhi. I suoi pensieri erano andati all’ultimo ventennio di vita vis- suto, ai palazzi, alle guerre, a suo figlio, quel figlio legittimo tanto atteso e che, con tutta probabilità, non avrebbe mai più rivisto. Forse non avrebbe dovuto combinare quel matrimonio con l’arciduchessa d’Austria, quella donna così giovane e con così poca esperienza, così disillusa e sottomessa al padre, da negargli, solo perché il potere non era più nelle sue mani, la gioia di vivere degli attimi di felicità paterna, anche se lontano dallo sfarzo delle corti. Era rimasto solo e questo gli attanagliava la gola con l’amarezza dal sapore di bile.

Un secondo pensiero andò alla moltitudine di inglesi che, non contenti di averlo già condannato all’oblio dell’esilio, si recavano, come pellegrini, sull’isola, per osservarlo quasi come se fosse una bestia esotica strana, meravigliosa e terribile insieme. Nel giro di pochi giorni gli avevano tolto tutto, lo avevano dipinto in caricature in cui era intento a vomitare tutto ciò che aveva ingerito: beni, palazzi, Stati; lo avevano persino accusato, subdolamente, di avere rapporti incestuosi con la sorella Paolina, la sua dolce e premurosa sorella che aveva deciso di trasferirsi con lui sull’isola. Ecco perché era dovuto fuggire via da Portoferraio, non tollerava più le continue udienze richieste da quei curiosi e fastidiosi esseri che si credevano i padroni del mondo. Al diavolo! Interrompevano il suo lavoro. Nonostante tutto continuava a essere un vulcano di idee rivoluzionarie, voleva civilizzare gli elbani, quel popolo che lo aveva accolto bene e che meritava una qualità di vita migliore. Ogni notte scriveva migliaia di parole, lettere per qualunque destinazione, missive con cui creava per distruggere e distruggeva per creare come un’inarrestabile tempesta purificatrice. Forse voleva riscattare se stesso, aveva sempre voluto che i francesi lo scegliessero, non che lo subissero. E adesso che aveva in mano quel piccolo regno, desiderava con tutto il cuore che fosse lo stesso per gli elbani: non voleva che lo considerassero come un’asse scricchiolante il cui stridio va sopportato nella speranza che passi in fretta, che lo reputassero «il nemico del genere umano», come lo aveva enfaticamente definito Madame De Staël, quella donna gonfia di presunzione, amante del livido Talleyrand, per la quale era solo un goffo ambizioso che si proponeva di unire l’intera Europa sotto un dominio monarchico dittatoriale.

Voleva grandi cose per quell’isola, come aveva fatto scrivere nel proclama di arrivo, voleva mescolare il vecchio e il nuovo per fare di quel minuscolo fazzoletto di terra un piccolo grande regno. Non poteva, non voleva fermarsi, anche se qualcuno lo avrebbe voluto; probabilmente qualcuno lo stava pedinando per ucciderlo.

Da giorni, infatti, un uomo mingherlino e ben nascosto, seguiva i suoi movimenti, aveva qualcosa di familiare.

E se fosse stato…? Ma no, non poteva essere. Quel pezzo del suo cuore era chissà dove, sparito per sempre. Aveva sentito di alcuni sicari inviati da Luigi XVIII, poteva essere uno di loro, o forse solo un curioso a cui doveva stare attento.

Adesso doveva concentrarsi su qualcos’altro. Attendeva una visita nei giorni successivi, una visita che rappresentava insieme il suo passato e il suo futuro, una parte di quell’insieme di vite che componevano la sua stessa esistenza, quei frammenti che aveva sempre voluto tenere insieme, anche se spesso era stato necessa- rio e doveroso celarne alcuni. Lui avrebbe solo voluto non sentirsi così mutilato dall’alternanza continua delle particelle che compo- nevano la vita di un solo uomo, la sua.

Inspirò ancora: in quel luogo remoto le stagioni avevano un sapore diverso, trascorrevano dolci e lente; a Parigi aveva sentito il peso di ogni attimo, su quell’isola invece aveva ritrovato il profumo delle cose semplici, delle sfumature, del profumo del mare che si fondeva a quello della vegetazione. La sua mente andò indietro e si ricordò di quando, anche tra le mura dei palazzi e l’ombra costante del potere, riusciva a trovare pace quando accanto a lui c’era lei…

Ma era un periodo ormai lontano, un altro dei suoi sbagli, uno di quelli irrimediabili.

Sobbalzò all’arrivo di uno dei suoi generali che gli annunciò che la nave che attendeva stava entrando in porto e decise quindi andargli incontro.

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