Oltre la linea della notte, il male è senza riscatto

Tre aspiranti criminali cercano il salto di qualità nella malavita balcanica. Ma oltre il confine trovano un passato ingombrante con cui fare i conti e un destino che non lascia scampo

Oltre la linea della notte, il male è senza riscatto

Scendere giù, in basso, per scalare la vetta del male. Nel mondo del crimine il riscatto si gioca negli abissi di una scala morale ribaltata. Anna, figlia trans del boss camorrista di Forcella Don Franco Salano, in realtà si chiama Antimo. Relegata ai margini e tollerata solo per il cognome che porta, vive strozzinando e chiedendo il pizzo tra i vicoli dei quartieri dove è cresciuta. Mangia frustrazione, ma pianifica un posto di comando. Roberto Flores, trentasei anni, viene da Capodrise, paesino del casertano dove “la noia si prende a schiaffi”, aspettando “qualcosa che non sembra per nulla il presagio di una vita serena”. Da qui ha iniziato a fare la gavetta come soldato nelle piazze dello spaccio della capitale. Promessa mancata del pugilato, ha preferito alla fatica della boxe i soldi facili dei combattimenti clandestini. Freddo e calcolatore, è pronto a tutto per prendersi la fetta di successo che gli manca. A tenere a bada gli slanci di rivalsa l’avidità di Gino, lo zio di Roberto. Per lui il crimine era l’unica via di fuga dalla campagna in cui è nato. E il furto d’auto l’alternativa più agevole alla fatica del lavoro nei campi di tabacco.

Dilettanti, mezze calze, falliti, emarginati, i tre protagonisti de La linea della notte di Lorenzo Giroffi hanno un unico obiettivo: fare il salto di qualità. Dalle retrovie della malavita provinciale, dove a sbranarsi sono solo i pesci piccoli, al crimine che conta. E che sta là, a poco più di cento miglia di distanza. Quanto separa le coste pugliesi da quelle del Montenegro, “che vogliono spremere come il più succoso frutto del male”. Quanto separa un prima, passato a ingoiare sconfitte, e un dopo dove la rivincita ha un nome: eroina. La via per il riscatto scivola su quel pezzo di mare insieme ai motoscafi che al posto di contrabbandare sigarette trasportano armi e droga. Quando si ritrovano dall’altra parte del mare, Anna, Roberto e Gino “sono una goccia del crimine vero, però sono audaci”. Tre trafficanti improvvisati che provano a “prendere in giro una frontiera, prendendosi, per la prima volta in vita loro, sul serio”. Pronti a superare quel confine invisibile, “dove l’Adriatico da mare diventa porta”. E provare a sentirsi più furbi del loro destino, sfidando “a cazzotti i fantasmi del passato”. Senza “la stoffa dei criminali inferociti”, ma con la giusta dose di rabbia in corpo per riciclarsi da protagonisti e “rincorrere il loro sogno di soldi e basta”.

Districandosi tra le faide dei clan serbi e albanesi, il trio di reietti foraggiato dalla boss di Forcella si prende una fetta del traffico di eroina, che dall’Afghanistan scivola sulle onde dell’Adriatico e inonda l’Europa. Ma la bassa caratura dei loro piani li rende incapaci di trattare alla pari con i criminali veri, incollandoli a una mediocrità senza riscatto. La stessa mediocrità che li porterà a tradire uno alla volta l’impero del male di serie b tirato su a colpi di rabbia. Giocano da geni del crimine, ma restano prigionieri dei fantasmi del passato come dei mediocri qualunque che gravitano in un mondo di sconfitti. Dove non c’è linea che separa il bene dal male la redenzione è esclusa e nessuno vince. Anna è troppo accecata dalla frustrazione per rilanciarsi da boss, Gino è troppo avido per non fregarsi da solo e Roberto troppo autodistruttivo per rinunciare a tradire anche se stesso. Tutti restano solo “sguatteri del crimine” condannati alla sconfitta, a rimanere al di qua della linea della notte.

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