La perizia dimenticata: ecco l'altra verità su David Rossi

Pubblichiamo alcuni estratti del libro "Cronaca di un suicidio (annunciato). Il Caso David Rossi" di Raffaele Ascheri

La perizia dimenticata: ecco l'altra verità su David Rossi

Per gentile concessione dell'editore Cantagalli pubblichiamo un estratto del libro di Raffaele Ascheri dal titolo "Cronaca di un suicidio (annunciato). Il Caso David Rossi"

C’è una consulenza, voluta dalla moglie Antonella Tognazzi e dagli altri componenti della famiglia, che non può non imbarazzare, in quanto dimostra nero su bianco (anche se non ce n’era in effetti alcun bisogno) come e quanto la famiglia fosse arciconvinta del suicidio di David Rossi, a dispetto di ciò che in seguito ha iniziato a dire. Che sia imbarazzante, lo denota il fatto che, nella narrazione mediatica, di questa consulenza non vi è assolutamente traccia: come nelle foto del periodo staliniano, Trotskj era espunto (restava solo Lenin, che tanto era morto), così nella trattazione mediatica sul Caso Rossi tutto ciò che non è funzionale viene espunto. Ecco che, quindi, a livello di divulgazione pubblica, quello che i lettori stanno per leggere è un autentico inedito: che i contronarratori si sono ben guardati dal fare conoscere al pubblico.

Questo l’incipit del tutto, scritto dalla professoressa Liliana Lorettu, direttore della Clinica psichiatrica dell’Università degli Studi di Sassari: “In data 8 maggio 2013, l’avvocato Luca Goracci (allora, unico legale della famiglia, Ndr) ha dato incarico alla sottoscritta, su delega della famiglia Tognazzi-Rossi, di procedere all’esame degli atti a disposizione al fine di capire se la morte di David Rossi possa essere riconducibile ad una morte stress-lavoro correlata”.

In sintesi: tutta la famiglia (di sangue e matrimoniale: Tognazzi e Rossi), verosimilmente su suggerimento dell’avvocato Goracci – che è un avvocato del lavoro –, chiama in causa una psichiatra, affinché la stessa – in base alla Legge 231 – stabilisca se il Monte dei Paschi è in qualche modo responsabile di non avere vigilato sullo stressatissimo (secondo la corretta versione di allora della famiglia) David Rossi. Ergo, non solo il suicidio è accettato come fatto del tutto acclarato, in alcun modo messo in dubbio; ma anche, proprio in virtù dell’evento suicidario, si cerca di inchiodare MPS alle sue presunte responsabilità di mancata vigilanza sullo stato psichico del suo defunto dipendente. Questo è, per l’appunto, il senso della legislazione italiana in merito (la prima citata 231).

Il fatto che il Rossi si sia gettato dall’ufficio – tanto per iniziare l’analisi dell’esplosivo documento –, è un elemento di forza, rispetto alla tesi sostenuta dalla consulente della famiglia, professoressa Lorettu: “Inoltre, il suicidio di Rossi è avvenuto sul luogo di lavoro. Questo elemento è pressoché patognomonico dei suicidi stress-lavoro correlati, come ampiamente riportato in letteratura”. “Come ampiamente riportato in letteratura”, quindi, chi si uccide per stress da lavoro, tende ad ammazzarsi sul luogo stesso in cui esercita la sua professione (tra l’altro, così facendo, si è sicuri che i primi a rendersi conto della tragedia siano i colleghi, non i familiari, ai quali si vuole evidentemente risparmiare quantomeno questo primo strazio: come infatti accadrà, con tre montepaschini di vario grado – Mingrone, Filippone, Riccucci – a vedere per primi, dalla finestra, il corpo senza più vita del loro collega).

La psichiatra sarda, ovviamente, cerca di dare un quadro del contesto psicologico del Rossi in quel dato momento; certo, ben diverso da quello fornito in seguito dalla moglie – secondo la quale il marito non aveva alcun motivo di suicidarsi, come dirà in molteplici occasioni pubbliche –, o lo stesso Davide Vecchi, il quale nel suo più volte citato libro scrive di “Un cinquantenne felice e stimato” (Il Caso David Rossi..., op. cit., p. 37), “[…] se la vita privata appariva felice, quella lavorativa, nonostante le pressioni dovute alle inchieste su MPS, non era da meno” (op. cit., p. 38), fino alla domanda – sempre nella medesima pagina – “Dunque perché David avrebbe dovuto uccidersi?”.

Ce lo dice (5 anni prima del libro del giornalista, si badi bene) una professionista, tra l’altro consulente di parte scelta e voluta dalla famiglia stessa: più di così, è davvero arduo trovare… Dopo avere esposto una sintesi del contesto e del profilo psicologico del Rossi – ovviamente seguendo ciò che le dice la moglie –, la psichiatra arriva alla parte conclusiva, e dal suo punto di vista decisiva, del documento: “la discussione psichiatrico forense”, la quale “verte su due punti: a) esame del legame fra stress lavorativo subìto da Rossi e suicidio; b) ruolo della società MPS”. Vediamo di analizzare entrambe le parti; vista l’importanza – ci sia consentito, clamorosa – del documento, citiamo verbum de verbo la professoressa Liliana Lorettu (lo ribadiamo ancora: consulente di parte delle famiglie Rossi-Tognazzi, in quel maggio 2013).

a) L’esame dello stress lavorativo subìto da Rossi

“Quando si affronta la problematica del suicidio, si ricorre spesso al paradigma della malattia mentale. Tuttavia, i dati clinici ed epidemiologici ci confermano che non tutti i suicidi trovano una eziologia ed una spiegazione nella malattia mentale. Spesso alla base del suicidio vi è una multifattorialità di elementi che tuttavia non deve portare ad una deriva di incomprensibilità ed imprevedibilità dell’evento suicidario. Lo studio dell’anatomia del suicidio ci fa capire che tanti elementi erano presenti, visibili e paradossalmente comprensibili prima dell’evento. Nel caso specifico, vari elementi fanno ipotizzare un legame fra lo stress lavorativo al quale Rossi è stato sottoposto ed il suicidio. Due possono essere identificati come determinanti.

Uno è la cronologia dello stress di Rossi, che è stato strettamente legato alle vicende di MPS ed al ruolo che il Rossi svolgeva. L’altra è il contenuto dello stress di Rossi, cioè gli elementi che hanno costituito il pesante fardello emotivo, anche questo connotato e derivato dalle vicende del MPS e dal ruolo lavorativo di Rossi. Inoltre, il suicidio di Rossi è avvenuto sul luogo di lavoro: questo elemento è pressoché patognomonico dei suicidi stress-lavoro correlati, come ampiamente riportato in letteratura” (e come già scritto in precedenza).

b) Ruolo della società MPS

“Nell’analizzare il ruolo del MPS si fa riferimento ad una legittima domanda che un qualunque cittadino potrebbe porsi (poi, la domanda negli anni sarebbe cambiata, da parte di un ‘qualunque cittadino’, Ndr): ‘è stato fatto tutto quello che si doveva fare per evitare il suicidio di David Rossi?’”. Lo stress al quale è stato sottoposto David Rossi è stato sotto gli occhi di tutti. Alcuni, in ambito lavorativo, hanno avuto modo di ascoltare la sua preoccupazione per specifici elementi (la perquisizione, la fuga di notizie). Alcuni in modo specifico hanno ricevuto una mail con esplicita richiesta di aiuto e dichiarazione della intenzionalità suicidaria, due giorni prima del suicidio. A questi elementi conoscitivi non vi è stata una risposta.

In data 30 gennaio 2013 e 6 marzo 2013 vi è stato con la Ciani un intervento di coaching che ha avuto come obiettivo “l’integrazione comportamentale fra i nuovi manager (interfunzionalità manageriale), ma che ha completamente scotomizzato il disagio del Rossi. La richiesta di aiuto, attraverso la mail, ha palesato un grossolano malessere del Rossi ed ha reso prevedibile l’evento suicidario, che infatti si è verificato dopo due giorni; è difficile ipotizzare che a tali richieste possa essere attribuita una etichetta di ‘dimostratività-teatralità’, in ragione della assodata riservatezza e razionalità che tutti riconoscevano al Rossi; è legittimo chiedersi se un intervento a contenuto empatico, testimonianza di umanità e comprensione, avrebbe potuto evitare l’evento. Tuttavia tale intervento, auspicabile in un ambiente di lavoro, non si è verificato. Non si sono verificati neanche altri interventi specifici, testimonianza di un esigibile comportamento prudenziale, dettato dalla diligenza, che prevede, una volta constatato il malessere di un dipendente, la segnalazione al medico competente, l’adozione di provvedimenti tesi a mettere in sicurezza il dipendente. L’assenza di tale comportamento prudenziale costituisce una negligenza specifica”.

Più chiaro ed apodittico di così, davvero non è possibile; la psichiatra arriva infine – a nome e per conto della famiglia – a scrivere che “è possibile ricostruire un nesso causale tra lo stress lavorativo cui è stato sottoposto il Rossi e l’evento suicidario”, aggiungendo in seconda battuta che “è possibile riconoscere un comportamento caratterizzato da negligenza che non ha valutato con adeguata attenzione le richieste di aiuto ed i propositi suicidari”. Il tutto, viene firmato e controfirmato, dalla professoressa Lorettu, il 14 ottobre 2013, a più di sette mesi dalla morte del Rossi.