Storia d'assalto

Aquila, la portaerei del Duce che doveva conquistare i mari

Dopo il raid nella "Notte di Taranto", la Regia Marina decide di convertire un elegante piroscafo in una portaerei. Il suo destino sarà sfortunato come pochi

Aquila, la portaerei del Duce che doveva conquistare i mari

Quando all'alba del 12 novembre 1940, le ultime fiamme venivano domate a fatica nel porto di Taranto - dove gli aerosiluranti inglesi lanciati dalla portaerei HMS Illustrious avevano sorpreso alla fonda il grosso della flotta italiana -, agli alti papaveri della Regia Marina apparve evidente la letale efficacia dell'aviazione imbarcata. Per questo la decisione fu una sola e incontrovertibile: dotare al più presto la Regia Marina di una portaerei che potesse arrivare ovunque nel Mar Mediterraneo. Per dar battaglia alla Royal Navy e cercare di bilanciare, sebbene con grave ritardo, le forze in campo.

La Supermarina, non appena ricevuto il rapporto dei danni subiti ("Hanno colato a picco la Cavour e gravemente danneggiato la Littorio e la Duilio", annotava quel giorno Galezzo Ciano), ordinava infatti di rispolverare un vecchio progetto del 1935. Progetto che prevedeva già allora, in chiave antibritannica, la conversione di uno scafo di grandi dimensioni per farne una portaerei: l'arma strategica che avrebbe inciso come poche nelle sorti del conflitto. Nasceva così il sogno dell'Aquila: la prima portaerei italiana che avrebbe imbarcato e lanciato in battaglia i caccia "azzurri" fregiati dal fascio littorio, dalla croce dei Savoia sulla coda.

Il progetto del colonnello del Genio Navale Luigi Gagnotto prevedeva la conversione del transatlantico Roma, costruito per la Società "Navigazione Generale Italiana" di Genova dal cantiere Ansaldo di Sestri Ponente e varato nel 1926, per renderlo una portaerei con ben 27.800 tonnellate di dislocamento che misurasse, ponte compreso, 232 metri. Essa avrebbe dovuto imbarcare, tra il ponte di volo, gli hangar e l'ingegnoso sistema di "sospensione" al cielo del medesimo, oltre 50 velivoli. Si pensava ai cacciabombardieri monomotori Reggiane Re 2001 nella loro versione "navalizzata", designata come "OR", catapultabili ed equipaggiati con ganci d'arresto per il recupero sul ponte. L'Aquila sarebbe stata inoltre armata - per difendersi da naviglio e aeronautiche nemiche - con otto pezzi d'artiglieria singoli o binati da 135/45, una dozzina di pezzi antiaerei a tiro rapido da 65/54 e oltre un centinaio di mitragliere pesanti antiaeree da 20/65. L'equipaggio, compresi piloti e personale del gruppo aereo imbarcato, sarebbe stato di 1.420 uomini. Per consentirle di stare al passo con le altre navi da guerra della Regia, inoltre, l'apparato motori avrebbe dovuto sviluppare una potenza tale da garantire una velocità massima di 30 nodi per un'autonomia di 1.580 miglia marine (oltre 5mila ad una velocità media di 18 nodi). Secondo i piani della Supermarina, se l'Aquila avesse ottenuto i risultati sperati, vi sarebbe stata una seconda portaerei ugualmente progettata: la "Sparviero".

Nell'estate del 1941, presso i cantieri Ansaldo, l'Aquila iniziò a prendere forma - nonostante la carenza di acciaio e altre materie che iniziavano a scarseggiare. Benché Benito Mussolini non avesse compreso fin dal prima momento la vera necessità di questa nuova arma - che agli ordini dei comandanti americani stava letteralmente stravolgendo il fronte del Pacifico e che nel Mediterraneo aveva salvato l'isola fortezza di Malta dall'assedio dell'Asse - i lavori proseguirono fino all'8 settembre del 1943; quando l'armistizio avrebbe visto passare completamente in secondo piano la necessità di una portaerei italiana. Sebbene ormai quasi pronta al varo nonostante i danni subiti durante i bombardamenti degli angloamericani ormai alleati.

Al 9 di settembre la nave venne abbandonata al suo destino: questo non prima d'essere stata parzialmente sabotata. I tedeschi che occupavano Genova se ne impadronirono immediatamente affidandola all'autorità della Repubblica Sociale Italiana rimasta fedele al Duce. La speranza - o forse meglio dire il “sogno” - era di poterla mettere in linea con la Marina Nazionale Repubblicana. Così iniziarono i primi lavori per il completamento. Nonostante fossero appena una dozzina, in vero, i caccia “navalizzati” consegnati al Ministero dell’Aeronautica, che, oltre ad essersi dissolto e aver visto la Regia Aeronautica divenire cobelligerante e divisa dall’ Aeronautica Nazionale Repubblicana, li aveva già convertiti in “caccia notturni”. Resta infatti il dubbio di cosa sarebbe decollato dal ponte.

Il sogno si sarebbe comunque infranto dalle bombe degli alleati, che cadevano senza posa nel Nord d’Italia, e mettendo spesso nella croce di collimazione delle “fortezze volanti” il porto di Genova. Dove l’Aquila si trovava ancora all’ancora. Dopo essere centrata più volte nel giugno del ’44, i tedeschi, sempre più a corto di acciaio da fondere per produrre le armi che dovevavno difendere ciò che rimane del Reich, iniziarono a smantellarla, portando via con se ogni trave, ogni portello, ogni bullone o parte in qualche modo amovibile.

L’Aquila venne disarmata e "spiumata" d’ogni tassello che l'aveva composta. Si tramutò in un macabro relitto ancora prima di aver tagliato con la sua prua una sola onda d’alto mare. Il colpo di grazia arrivò nell’aprile del 1945: quando uno dei siluri lenta corsa copiati dagli inglesi, i “Chariot”, la raggiunse durante quella che venne denominata "Operation Toast". I due operatori alla guida del maiale inglese, due italiani, piazzarono con successo le cariche e le fecero saltare per affondare la portaerei. Impedendo ai tedeschi affondarla altrove, per lasciare un ostacolo da ventimila tonnellate all’imboccatura del porto di Genova. Approdo altresì utile per gli alleati che proseguivano la guerra nel nord.

Rimase là, semisommersa, a metà del porto, in quello che era già noto come il bacino della Lanterna. Ad attendere lo scorrere degli eventi mentre la salsedine ne corrodeva le finiture e mentre i pesci azzurri, come gli aerei che avrebbero dovuti accogliere, nuotavano placidi negli hangar. Al sicuro dal frastuono delle esplosioni che sarebbero terminate solo il 2 maggio del 1945. Tre anni dopo venne rimorchiata a La Spezia per restare sempre a mezz'acqua, spogliata, ad attendere delle riparazione che avrebbero almeno consentito alla scafo di tornare ai vecchi fasti. E riprendere il mare per uso civile. Il transatlantico Roma, del resto, collegava Genova a Napoli, e Napoli a New York. Portando passeggeri più o meno raffinati nel "nuovo mondo", ad ascoltare il jazz e vivere l'ultimo colpo di coda degli anni ruggenti. Le difficoltà riscontrate nelle riparazioni e i costi altissimi previsti per riportare la "portaerei mancata" allo stato di piroscafo di linea, tuttavia, segnarono il suo destino: la demolizione nel 1952.

Dovranno passare altri 31 anni prima che un aereo da combattimento dell'Aviazione di Marina - non più Regia - decolli dal ponte di volo di una portaerei italiana. Nel giugno del 1983, viene varato l'incrociatore portaeromobili Giuseppe Garibaldi.

Dal cui ponte decolleranno, e decollano ancora, gli Harrier. Aerei di fabbricazione inglese - quasi uno scherzo del destino -, non belli e affascinanti come i Re.2001 Falco II "azzurri" che storici e appassionati sognano, ma poco importa: questa è la storia.

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