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Protocollo Alfa – Attacco: un romanzo sugli incursori del Nono

Pubblichiamo, per gentile concessione dell'autore, un estratto di Protocollo Alfa – Attacco (Altaforte edizioni) di Corrado Corradi

Protocollo Alfa – Attacco: un romanzo sugli incursori del Nono

Protocollo Alfa – Attacco è un romanzo di un realismo impressionante e, d’altronde, non poteva essere diversamente conoscendo bene i trascorsi operativi dell’autore. Quando Corrado mi ha proposto di elaborare una prefazione per la sua opera non ho tergiversato un secondo; proprio come eravamo soliti fare quando insieme ci trovavamo sulla rampa spalancata di un C130 con la “luce verde” accesa: pacca sulla spalla, un fugace sguardo d’intesa, e poi giù in caduta libera nel buio più assoluto a sfidare entrambi l’ignoto!

Ho parlato di romanzo, ma attenzione però: il termine romanzo è più adatto per il suo significato etimologico che non per l’accezione del termine cui siamo abituati a ricordare. La parola romanz, infatti, deriva dall’avverbio latino volgare romanice (romanice loqui, cioè "parlare alla romana", il quale deriva dal latino romanus): parlano romanice i cittadini di origine romana che già all’epoca desideravano distinguersi dai ceppi barbarici. Protocollo Alfa – Attacco narra delle gesta di un manipolo di moderni “soldati romani” quali possiamo definire gli Incursori del 9° Reggimento d’Assalto “Col Moschin”, espressione dell’italianità più ardente nello spirito e nel temperamento: sempre pronti a gettare il cuore oltre all’ostacolo, ma altrettanto desiderosi di vivere momenti di goliardia e sano cazzeggio. Altrimenti non sarebbero italiani! Nell’antichità i romanzi servivano a dilettare il lettore col racconto di avventure eroiche in margine alla storia o puramente d’invenzione su uno sfondo storico o di fantasia. Nel nostro caso, purtroppo, lo sfondo non è per nulla di fantasia ma anzi, di drammatica attualità con riferimento alla lotta al terrorismo di matrice islamista e, più in generale, per la condotta di operazioni militari non convenzionali (UMO) in scenari di guerra asimmetrica, quali ormai da tempo siamo abituati ad osservare. Quello che l’autore mette in evidenza con il suo racconto è un aspetto operativo di indubbio interesse anche per i supposti “addetti ai lavori”. Egli, infatti, puntualizza l’importanza di non confondere le operazioni di controterrorismo tipiche dei reparti di polizia che agiscono sul territorio nazionale in modalità SWAT – vale a dire con modalità operative squisitamente poliziesche – con quelle a profilo puramente COMBAT delle Forze Speciali dove l’eliminazione totale e definitiva della minaccia, costi quel che costi, ha la priorità su tutto. I moderni jihadisti, infatti, non sono «cani sciolti» ma combattenti ben addestrati militarmente e come tali vanno affrontati e sopraffatti utilizzando procedure operative, tecnologie e mentalità tipiche di un reparto d’assalto. Diversamente, sarebbe un errore tattico imperdonabile. Chi scrive, data la lunga militanza tra gli Incursori, può testimoniare la transizione nell’impiego operativo nel controterrorismo che ha visto un’improvvisa accelerazione all’indomani dell’11 settembre. Negli anni ’80 dello scorso secolo – ai tempi del sequestro della nave Achille Lauro ad opera di un commando di terroristi palestinesi, tanto per intenderci – gli addestramenti di controterrorismo portati avanti dalle Unità d’Intervento Speciale (UNIS) erano similari per equipaggiamento e modalità esecutive a quelle di un reparto di polizia in assetto antiterrorismo. Con l’abbattimento delle torri gemelle e gli attacchi terroristici di stampo prettamente militare come quello parigino al Charlie Hebdo, la lotta al terrorismo è divenuta globale: oltre i confini degli Stati sovrani con operazioni di guerra non convenzionale a carattere interforze e, soprattutto, con l’obiettivo non più di “neutralizzare” la minaccia ma di distruggerla e annientarla come si confà ad un’azione di guerra. Per dirla brutalmente, non si lasciano feriti sul campo avverso! E non potrebbe essere altrimenti visto che il trattamento da riservare a dei terroristi non è quello dei combattenti legittimi che beneficiano delle condizioni della regolare belligeranza stabilite nei trattati e dalle convenzioni di Ginevra. Stiamo parlando di psicopatici che tagliano la testa a prigionieri inermi o gli danno fuoco all’interno di gabbie metalliche ballandogli intorno al tempo delle loro assurde litanie. Immagini che hanno fatto il giro del mondo attraverso il web e che oltre a segnare indelebilmente le coscienze degli spettatori per la loro crudeltà, hanno imposto un rapido cambio di passo ai governi occidentali nella lotta al terrorismo contro l’ISIS-DAIISH. Protocollo Alfa – Attacco narra un’operazione che testimonia questo cambio di passo. Un’operazione non reale (forse) ma sicuramente realistica in cui, dalla pianificazione alla condotta, il lettore potrà assaporare eventi e stati d’animo percepibili all’interno di un qualsiasi Distaccamento Operativo del 9° “Col Moschin” chiamato all’azione. L’autore della narrazione catapulta il lettore nelle cosiddette Operazioni Speciali di cui le incursioni in territorio ostile e/o non permissivo costituiscono la specialità dei Distaccamenti Operativi degli Incursori paracadutisti. Operazioni non convenzionali che fanno parte della cosiddetta “guerra preventiva” che mira ad anticipare le mosse del nemico andandolo a colpire nei suoi centri di addestramento sparsi per il mondo, quando questi meno se lo aspetta. Protocollo Alfa-Attacco descrive nei dettagli una missione audace, al limite della fattibilità per le implicazioni di carattere geopolitico connesse all’ingresso clandestino all’interno dei confini di uno Stato sovrano, e di una spregiudicatezza che solo personale altamente addestrato e motivato può essere capace di condurre portando a termine la missione conseguendo l’obiettivo. Ma gli Incursori non sono combattenti qualunque e sanno bene per esperienza e forma mentis che ogni missione deve essere pianificata fino ai minimi dettagli per una semplice ragione: le cose non vanno quasi mai per il verso giusto! Ecco che a fare la differenza tra rimanere crivellati di proiettili in mezzo alla sabbia e alle polveri di un Paese africano infestato di terroristi e riportare, invece, la pellaccia a casa, sono i cosiddetti “contingency plan”, o piani di contingenza-emergenza. Procedure di azione studiate al tavolino per reagire in caso che qualcosa vada storto e ricorrere, quindi, al cosiddetto “piano B” che deve essere sempre presente per garantire a tutti i componenti del Distaccamento Operativo di ritornare in Patria sani e salvi. Ma a volte, neanche il “piano B” può essere sufficiente; in quel caso ecco emergere tutta la lucida determinazione di un manipolo di professionisti deciso a vender cara la pelle tirando fuori, come un asso dalla manica, quelle stesse motivazioni di valor patrio e di saldo cameratismo che resero celebri gli Arditi della Prima guerra mondiale e di cui i moderni Incursori sono gli unici degni eredi. Il lettore può star certo che l’autore, in questo senso, non gli risparmierà sorprese e la suspense nel divorare le pagine del racconto gliela assicuro sin dall’inizio.

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