Il racconto di Capodanno / Come rovinarsi la carriera sbagliando l'ospitata da Fazio

Uno scrittore in crisi creativa (e che adora Risiko) sta per afferrare il successo. Ma è troppo politicamente scorretto. E così, quando capita nel salotto giusto...

Il racconto di Capodanno / Come rovinarsi la carriera sbagliando l'ospitata da Fazio

Alessandro Spera, dipendente dal Risiko online, si era ormai rassegnato al fatto che la sua carriera fosse definitivamente compromessa dall'impossibilità di iniziare anche un racconto breve senza parlare del Risiko online, al fatto che l'apice delle sue giornate fosse vincere una partita a 6 giocatori al Risiko online e che tutti i suoi sogni venissero costantemente solcati dai carri armati multicolore in movimento fra Brasile e Nord Africa, impegnati a contendersi il Sud Est asiatico e a fissare posizioni strategiche nel Medio Oriente del Risiko online.
Si era talmente immedesimato col nome d'arte che aveva scelto per incarnare tutto il suo senso di disperato odio verso il mondo, Vladimpalatore, che ogni mese, allo scadere dell'abbonamento, invece di cambiare il nickname, lo aggiornava: Vladimpalatore1, Vladimpalatore2, 3, 4...
Fin dall'adolescenza era passato da una dipendenza all'altra: pornografia, mirto di Sardegna, gioco d'azzardo, cocaina (celebre la sua massima, rubata a Morgan, «pezzi lunghi e ben distesi»).
Aveva sfruttato la sua tendenza alle monomanie esordendo con un romanzo, ormai diventato di culto, Pornokiller. E, da quel caso letterario, come un Tarzan della letteratura, aveva affrontato la jungla editoriale sbilanciandosi da una dipendenza all'altra, come fossero liane, dando vita a romanzi destinati a restare sugli scaffali che gli permettevano a malapena di vivacchiare, più che di diritti d'autore, di conferenze e articoli su quotidiani e periodici (particolarmente scalpore fece il suo reportage per Panorama dal titolo Bangkok, il mio lunapark).
Ora, il vortice del Risiko online sembrava averlo risucchiato per sempre.
«Questo romanzo non lo finirò mai, è la fine, è la fine» ripeteva al telefono al suo agente, alle 4 di notte, sullo sfondo la trionfale musichetta che accompagnava ogni attacco andato a buon fine.
«Sono vent'anni che fai così, Alessandro, alla fine lo finisci sempre, impara a conoscerti un po' meglio».
Dopo quasi due anni di battaglie, in cui non aveva partorito altro che un confuso elenco di campagne militari, obiettivi e bonus di armate, il suo agente aveva pagato un giovane redattore in bolletta perché rimettesse a posto quei deliri e strappato uno striminzito anticipo allo scettico direttore editoriale di Mondadori.
E, contro ogni previsione, La conquista della Kamchatka, il romanzo autobiografico di uno scrittore in guerra con se stesso, negli ultimi mesi del 2013 si stava affermando come il suo miglior successo editoriale, anche meglio del suo esplosivo esordio, la cui detonazione echeggiava lontana.
Le ristampe si succedevano una all'altra, a parlarne non erano più soltanto i soliti recensori compiacenti, ma tutti. Grazie al passaparola Spera sembrava finalmente uscito dall'infelice ruolo di «genio incompreso».
Dopo due mesi di terapia da una costosissima junghiana di colore aveva ucciso definitivamente il suo account, fucilando per tradimento il generale virtuale Vladimpalatore26.
Di settimana in settimana scalava qualche posizione della classifica dei libri più venduti.
«Sei 4° fra gli italiani, 8° nella generale, ce l'abbiamo fatta! siamo (quasi) ricchi!» esultava quel satrapo del suo agente, calvo e sedizioso come solo gli agenti letterari sanno essere. «È arrivato Babbo Natale sulla sua slitta tirata dalle strenne», gongolava.
Perfino i nopasaran dei giornali progressisti sembravano disposti a ignorare i suoi caustici tweet: il 2013 è l'anno della morte di James Gandofini e Lou Reed, non di quel noiosissimo sosia di Morgan Freeman.
Era finito il tempo delle bieche marchette televisive in cui il suo agente doveva penare per far inquadrare almeno una volta la copertina, sperando che i presentatori pronunciassero correttamente il titolo del libro. Dopo un'irrivelabile sequela di scambi di favori era finalmente arrivata la più grande possibilità della sua vita: andare ospite a Che tempo che fa.
«Ma Fazio mi odia!», aveva risposto al suo agente.
«Ma cosa dici? Non ti odia affatto. Diciamo che, beh, quello che prova nei tuoi confronti è... diversamente amore».
«Mi farà a pezzi».
«Ma no, cerca solo di parlare il meno possibile e... di ripetere costantemente La conquista della Kamchatka, La conquista della Kamchatka... e vedrai che tempo una settimana arrivi primo tra gli italiani. Quest'anno è la volta buona, me lo sento».
«Intendi...».
«Intendo».
«Ma dici sul serio?».
«Se fai le cose per bene lo Strega 2014 non te lo toglie nessuno».
«L'importante», gli ripeteva in macchina, mentre andavano negli studi milanesi della Rai, «è non dire cose tipo “Il femminicidio è un business per filistei e creduloni, la vera piaga sociale è il senonoraquandismo boldrinista” o “Salviamo le cavie, sperimentiamo sugli animalisti” oppure “Quei maledetti hipster, con le loro calzette a righe e i baffi anni '50, li manderei in miniera”».
«Ok, ok, ok», rispondeva Alessandro, concentrato sulla missione mentre armeggiava con l'iPhone, «starò zitto e dirò che la scrittura per me è una necessità politica per difendere gli..., i... negri? I finocchi? I...».
«Ti prego, cerca solo di sorridere, non agitarti e... hey!, smettila di twittare idiozie e rimettiti in tasca quella fiaschetta di mirto!».
Quando entrò in studio, ubriaco fradicio e stordito da mezza boccetta di Xanax, era la domenica prima di Natale.
«Benvenuto Spera, come stai passando queste feste?».
«Benone».
«Davvero?»
«Alla grande».
«No, lo chiedo perché, ecco, ci stanno arrivando moltissimi messaggi per te a proposito di un tuo tweet di qualche minuto fa».
«Spera non twitta», si ritrovò a biascicare.
«Quindi non sei tu ad aver scritto: tra poco #chetempochefa. ma sarà un #natale triste: un grande inventore è morto e due degenerate sono a piede libero. #pussyriot #kalashnikov».
«Se ti dicessi che è stato il mio agente?»
«Mi sentirei più a mio agio perché, ovviamente, la censura russa è..».
«È...».
«È...».
«È...».
«Tu cosa ne pensi?».
«Beh, io...».
Seduta tra il pubblico, una luccicante testa calva abbronzata da un trifacciale pagato a suon di diritti d'autore, si scuoteva forsennatamente salmodiando frenetiche preghiere.
«Beh, io...».
«Perché, voglio dire, sei tra i più importanti scrittori italiani insieme a Roberto Saviano e...».
«Io non ho niente a che spartire con quel furbastro dall'espressione caravaggesca che gioca a fare il martire».
«Ma...».
«E, francamente, se quelle sgualdrine vogliono denudarsi nelle chiese facciano pure, ma non possono aspettarsi che il grande Putin assecondi i loro giochetti erotici, fosse per me le avrei lasciate marcire in galera, a loro e a quei maledetti hippy di Greenpeace che giocano a fare i pirati assaltando le baleniere».
Un tonfo sordo.
Il suo agente era caduto a terra, come morto.
Così si era rifugiato nella casa in Sardegna per un piovoso Natale solitario, dopo aver gettato dalla finestra l'iPhone alla terza telefonata in cui un direttore di giornale gli comunicava che, per un periodo da definirsi, era meglio «sospendere ogni collaborazione».
Era completamente solo. Aveva tentato di riconciliarsi col suo agente mandandogli una boccetta di Xanax per augurargli una pronta guarigione dopo il ricovero d'urgenza, ma sua moglie, una slava di 23 anni, l'aveva respinto.
Da giorni non faceva che ripetersi «avrei dovuto insultare camorristi e islamici, almeno adesso avrei una scorta con cui giocare a poker».
Cercava di distrarsi. Ma gli insulti, le mail, le pagine Facebook sorte come funghi in cui veniva associato a Hitler, Mussolini e Barilla, i comunicati delle femministe, tutte quelle rivistucole online che riprendevano con toni più accesi gli amareggiati commenti dell'intellighenzia radical chic non gli davano tregua.
«Uno così andrebbe evirato», scriveva Il Fatto.it, #Sperasuca era l'hashtag più gettonato, retwittato da tutti gli Scanzi e i Bordone del web, «sembra proprio sardo» puntualizzava inviperita Ornella Vanoni.
Per di più, tutto quell'odio, che lo rendeva paranoico, lo faceva imbestialire perché stava finendo a pensare se stesso come un perseguitato politico, privato di una vita normale per colpa delle sue opinioni.
Come quando si passa davanti a un incidente stradale e si fissa inclementi la carcassa accartocciata a bordo strada, non poteva staccare gli occhi dai social. Spegneva il computer, resisteva un minuto, lo riaccendeva.
50 nuove interazioni.
75 nuove notifiche.
Così, in un lampo di follia, aveva scaraventato anche il portatile dalla finestra.
E adesso, allo scattare della mezzanotte, se ne stava lì, un dvd con su Apocalypse Now, a empatizzare con il colonnello Kurtz, lacerato da un solo grande rimpianto: non poter affrontare l'inizio del 2014 nei panni di Vladimpalatore27, alla conquista della Kamchatka.
Twitter: @cubamsc

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