Alla riscoperta di Ivan Illich, profeta antimoderno

Torna di grande attualità il pensiero del filosofo austriaco Ivan Illich, autore del saggio "Descolarizzare la società. Una società senza scuola è possibile?" appena ripubblicato

Alla riscoperta di Ivan Illich, profeta antimoderno

Antimoderno ma non conservatore; antisistema ma non ascrivibile ad una categoria precisa. Parliamo del filosofo austriaco Ivan Illich, il cui pensiero torna d'attualità grazie al ritorno sul mercato libraio di Descolarizzare la società. Una società senza scuola è possibile?, appena ripubblicato da Mimesis. Opera geniale nel quale il filosofo (Vienna 1926 - Brema 2002) parla della scuola obbligatoria e dell’università di massa come differenti aspetti di quel medesimo falso progresso che consiste nella preparazione di studenti orientati al consumo di programmi scolastici e di merci culturali studiate per imporre il conformismo sociale, l’obbedienza alle istituzioni. "Descolarizzare la società significa, per l’autore - si legge nella scheda di presentazione - sostituire un’educazione autentica ai rituali dell’educazione di massa, per imparare finalmente a vivere attraverso la propria vita e nell’incontro con l’altro. Non si tratta solo di una rottura radicale e necessaria con un sistema di poteri e di saperi, ma di restituire all’uomo il gusto di inventare, creare e sperimentare la propria vita partecipando alla sfida della vivibilità del pianeta in questo tempo".

Secondo Ivan Illich, "la scuola non favorisce né l'apprendimento né la giustizia, perché gli educatori insistono a mettere nello stesso sacco l'istruzione e i diplomi". È questo, secondo il filosofo, il grande fallimento della scuola di massa. Perché, spiega, "crescere nella condizioni di bambino significa essere condannati ad un conflitto disumano tra la propria coscienza di sé e il ruolo imposto da una società che sta attraversando la propria età scolare". Come spiega Fabrizio Cannone su La Verità, Illich è il classico esempio, riletto oggi, di pensatore originale di cui si può dire che la riflessione è più significativa per i problemi che pone, che per le soluzione che apporta, ed anzi queste ultime appaiono spesso azzardate, utopiche, o volutamente paradossali. Un pensatore "inattuale", specialmente, prosegue Cannone, "per la radicalità e la rarità delle posizioni assunte di volta in volta, che potrebbero far di lui, un iperfuturista e al contempo un ultraconservatore. Un pensatore libero e "cristiano" (seppur in senso non convenzionale) che ha fuso in sé, in modo non sempre organico, le vaste conoscenze che aveva nei vari rami dello scibile".

Illich è stato peraltro anche un critico del movimento femminista, critiche che espose come sempre in maniera estremamente originale nel saggio del 1984 Genere: per una critica storica dell’uguaglianza pubblicato da Beat nel 2016 e che nulla hanno a che vedere con una prospettiva conservatrice o "maschilista". Uan critica controcorrente a ciò che, molti anni dopo, sarebbe stato uno dei totem del poliicamente corretto: "Sostengo che la scomparsa del genere vernacolare è la condizione decisiva dell'ascesa del capitalismo e di un modo di vivere che dipende da merci prodotte industrialmente" scrive Ivan Illich nel primo capitolo del saggio, anticipando i contenuti di un lavoro che riletto oggi sembra più attuale che mai.

Ma chi era Ivan Illich? Il filosofo nacque a Vienna da padre croato e madre ebrea sefardita e sin da bambino si dimostrò estremamente ricettivo e versatile: conosceva l'italiano, il francese e il tedesco e poteva parlare questi idiomi alla stregua di lingue madri. Imparò in seguito il croato, il greco antico e lo spagnolo, il portoghese, lo hindi e altri idiomi. Prestò servizio come assistente parrocchiale a New York. Nel 1956, fu nominato vice-rettore dell'Università Cattolica di Porto Rico, e nel 1961 fondò il Centro Intercultural de Documentación (CIDOC) a Cuernavaca in Messico, un centro di ricerca che realizzava corsi per i missionari del Nord America. Ordinato sacerdote a Roma nel 1951 e attivo nelle diocesi di New York, Ponce (Puerto Rico) e Cuernavaca (Messico), interruppe volontariamente l’esercizio pubblico del sacerdozio nel 1968, a seguito del procedimento avviato a suo carico dalla Congregazione per la dottrina della fede: in questione erano le sue attività a difesa dell’autonomia religiosa e culturale dell’America latina di fronte alle ingerenze "missionarie" statunitensi.

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