Scalfari, il "Barbapapà mannaro"

Sotto la guida del fondatore, il quotidiano è diventato un esercito sempre in cerca di nemici da sbranare

Scalfari, il "Barbapapà mannaro"

Per concessione dell’editore Rizzoli, pubblichia­mo un estratto del nuovo libro di Giampaolo Pan­sa, La Repubblica di Barbapapà. Storia irriveren­te di un potere invisibile (pagg.324, euro 19; il libre­ria dal 13 febbraio): è il racconto, di un giornalista che ne ha fatto parte, del potentissimo blocco poli­tico- culturale del giornale fondato da Eugenio Scalfari (del quale si pubblica qui il ritratto).

Eugenio Scalfari è il più anziano e famoso tra i giornalisti italiani ancora in attività. In aprile compirà 89 anni, ma l'età non gli impedisce di scrivere, ingaggiare polemiche, combattere con le parole e le idee. Ho lavorato accanto a lui per poco meno di un quindicennio e da parecchio tempo ci siamo persi di vista. Ma qualche mese fa mi è capitato di vederlo per caso, da lontano. Eravamo nell'autunno scorso. Mentre preparavo questo libro mi trovavo a Roma per parlare con un testimone delle vicende narrate qui. Stavo avviandomi dal Senato a piazza Montecitorio quando ho notato Eugenio che si dirigeva a piedi verso casa. Mi è parso un gran signore, meraviglioso a vedersi: alto, la figura snella e bene eretta, elegante, con l'aria di chi è sicuro di sé e del proprio carisma. Camminava a passi lenti, impugnando un bastone prezioso che sembrava uno scettro più che un sostegno. Confesso di aver provato qualche istante di commozione mista al rimpianto. È stato quando ho notato la sua barba, candida e ben curata. In quel momento mi sono rammentato che a Repubblica lo chiamavamo Barbapapà, come un personaggio dei fumetti.
Senza Barbapapà, e senza il suo gemello Carlo Caracciolo scomparso nel dicembre 2008, Repubblica non sarebbe mai nata. E la politica italiana avrebbe avuto un corso diverso. Scalfari l'ha raccontata, giudicata e influenzata come nessun altro giornalista ha fatto dal 1976 a oggi. \ Un primo della classe geniale, testardo, autoritario, con un'autostima enorme, convinto di avere sempre ragione al punto di non sopportare chi si azzarda a mettere in dubbio la sua assoluta perspicacia. E quando commette un errore, e sbaglia una previsione, come è accaduto in più di un caso, rimuove tutto senza spiegare nulla. La stessa marmorea noncuranza mostra nel piegare i fatti, e la loro memoria, a vantaggio di se stesso. Sino al punto di alterare la verità. Gli capita di farlo spesso, confidando sulla smemoratezza di chi lo ascolta pontificare in tv con lentezza regale o legge il suo vangelo domenicale su Repubblica.
Volete un esempio di questa sicurezza rocciosa? Ne citerò uno solo, minimo, ma significativo. Riguarda la storia del quotidiano che ha fondato e l'arrivo del successore al vertice del giornale, Ezio Mauro. Domenica 26 agosto 2012, per troncare le polemiche interne a Repubblica su una controversia a proposito delle prerogative del capo dello Stato, Giorgio Napolitano, Scalfari ha scritto di Mauro: «Noi ci siamo scelti reciprocamente diciassette anni fa ed è stata una scelta della vita che quotidianamente si rinnova». In realtà era andata nel modo opposto, come si potrà leggere in questo libro. Barbapapà non voleva Ezio come successore. E fu costretto ad accettarlo perché così aveva deciso l'editore, Carlo De Benedetti.
A somiglianza di chi scrive di continuo sui giornali, anche Scalfari si contraddice. Su questo versante, le molte testate che lo avversano si divertono a prenderlo in castagna di continuo. Ma ho l'impressione che a Barbapapà non importi nulla, anzi credo ne sia felice. Forse considera le critiche un omaggio alla propria fama e all'instancabile presenza sul campo. Ogni colpo che gli assestano è per lui una vittoria. Il fragore della battaglia lo fa sentire giovane. E lo obbliga a rammentarsi di avere tanti successi da rivendicare.
Il primo è di aver creato dal nulla, con Caracciolo, un giornale leader come Repubblica. E dopo averlo fondato, essere riuscito a farlo diventare il potere invisibile, ma concreto, che è oggi \ Scalfari poi voleva un quotidiano di sinistra ed è riuscito a costruirlo e ad affermarlo, mentre tutta la stampa di quell'area politica spariva o si riduceva al lumicino. Repubblica ha distrutto uno dopo l'altro i giornali legati al Pci o compagni di strada delle Botteghe oscure. \ Barbapapà voleva un giornale «ibrido», come l'ha definito un intellettuale di grande acume, Edmondo Berselli. Scalfari ci è riuscito mettendo in pratica la teoria del giornale libertino, capace di contraddirsi, di mutare opinione, di sposare cause in apparenza lontane fra loro. Però quel prodigio oggi è finito, annientato dalla filosofia del giornale-caserma che pervade la Repubblica di questi ultimi anni. Diventata una fortezza inchiodata a un pensiero unico. Dove non vengono ammessi dubbi, dissensi, deviazioni. Le opinioni pubblicate sono tutte uguali e dettate ai lettori senza mai essere messe in discussione. Un errore al quale Scalfari non soltanto non si è opposto, ma che ha contribuito a provocare. Il risultato è una falange compatta e guerrigliera: il giornale-partito. \ I lettori di Repubblica sono una comunità di militanti, cresciuta lottando contro i nemici che, via via, Scalfari indicava: per primo Bettino Craxi e infine Silvio Berlusconi.

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