Se raccontare storie aiuta l'uomo a vivere meglio

"L'istinto di narrare" di Jonathan Gottschall. Così nel corso dell'evoluzione poemi, romanzi, film e tv hanno migliorato la specie

La domanda centrale del saggio di Jonathan Gottschall, L'istinto di narrare (Bollati Boringhieri) - il libro più ricco e intelligente letto quest'anno - è tra le più difficili da porre: perché, fra tante attività più proficue per l'evoluzione (cacciare, costruire, combattere), l'uomo ha sempre dedicato tanto tempo e energie a raccontare, e raccontarsi, storie? Dai racconti attorno al fuoco nelle tribù primitive ai poemi epici, dal romanzo al cinema, dalle soap ai videogiochi di ultima generazione, a cosa serve, utilitaristicamente, la finzione narrativa? Bene. Spaziando dalla narratologia alle scienze cognitive, dalla neurologia al folklore, dalla Poetica di Aristotele al MMORPG (gioco di ruolo online multigiocatore di massa), l'autore, docente di Letteratura inglese al «Washington and Jefferson College», in Pennsylvania, spiega come e perché nel corso delle civiltà l'uomo ha sviluppato un desiderio fortissimo, irreprimibile, per le storie. Dimostrando alcune cose. Uno: a guardare e ascoltare storie (romanzi, biografie, film, serie tv, reality show, fumetti...) dedichiamo una quantità di tempo sbalorditiva, anche nelle peggiori condizioni, anche sotto le bombe, anche su un letto d'ospedale. Due: di notte sognamo lunghe storie, e di giorno ci raccontiamo storie fantastiche (sognando a occhi aperti successi sul lavoro, amori passionali, vittorie sportive...). Tre: da bambini giocando («Facciamo finta che...»), e da adulti nel tempo “libero”, ci abbuffiamo di storie perché, certo, la cosa ci dà immenso piacere, ma soprattutto perché le storie ci dotano di un archivio mentale di situazioni complesse (i problemi da risolvere, i grandi dilemmi della vita) che un giorno potremmo trovarci ad affrontare veramente, proponendoci insieme (ecco il punto!) una serie di possibili soluzioni operative; insomma: siamo attratti dalla finzione narrativa non per un'anomalia dell'evoluzione, ma perché la finzione è vantaggiosa per la sopravvivenza della specie. Quattro: ci raccontiamo mentalmente delle storie per costruire un'immagine di noi stessi che migliori quella reale, alterando i ricordi e selezionandoli (ecco la memoria che inventa) per vivere meglio, rendendo più sopportabile l'esistenza. Cinque: la finzione narrativa è utile perché più efficace della non-fiction nel modificare i convincimenti della gente, dai casi più stupidi (Lo squalo depresse l'economia di varie località turistiche costiere) ai più straordinari (fu La capanna dello Zio Tom, del 1852, a infiammare le passioni che sfociarono nella guerra civile). Sei: poemi, romanzi, film cementano una morale comune che permette alla società di funzionare col minimo possibile di contrasti. E non è tutto...La morale della storia, semplicemente, è che non sono state la scienza, o la filosofia, o la matematica, ma le storie - come recita il sottotitolo di questo libro elogiato anche dal grande biologo Edward O. Wilson - che «ci hanno reso umani». E ci fanno vivere ogni giorno.

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