Difficile immaginare due figure più lontane, nell'immaginario intellettuale, dello scrittore e giornalista Gilbert K. Chesterton (1874-1936) e del poeta e pittore William Blake (1757-1827). Entrambi inglesi, eppure appartenenti a due mondi fisici, e spirituali, opposti: convertito al cattolicesimo, ortodosso, «realista» e solare (almeno dopo la rinascita religiosa) il primo; spiritista, eterodosso, visionario e tenebroso (almeno artisticamente) il secondo. Eppure i due s'incontrano - dimostrandoci affinità sorprendenti - nella breve biografia che il papà di Padre Brown dedicò all'autore del metafisico Il matrimonio del cielo e dell'inferno. Apparsa a Londra nel 1910, esce oggi per la prima volta in Italia: Gilbert K. Chesterton, William Blake (Medusa, pagg. 112, euro 14; trad. Luana Salvarani). Come scrive Alessandro Zaccuri nell'introduzione, ad accomunare le due personalità è da una parte l'immaginazione (il punto di contatto fra umano e divino per Blake e la facoltà con cui la mente si apre verso l'esterno per Chesterton), e dall'altra la condizione di eretici nella loro epoca: «La stravaganza di Blake nel '700 inglese è, per molti aspetti, un'anticipazione dell'esibita eccentricità di Chesterton rispetto alle convenzioni ideologiche del '900». Terzo filo che li lega: l'arte.
Lo scrittore, infatti, studiò pittura alla Slade School of Art, che frequentò senza finirla, nel 1893-95. Ed è proprio perché non imparò a dipingere, scrive nella propria autobiografia, che si diede al giornalismo e alla critica: «la più facile delle professioni», ironizza. E forse non tanto.Lo spiritista adorato da Chesterton
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