Il texano che armò l'Afghanistan per cacciare i comunisti

Dietro la ritirata dall'Afghanistan dei sovietici c'è la firma di un deputato del Texas che forse non sapeva bene cosa stesse facendo: Charlie Wilson

Il texano che armò l'Afghanistan per cacciare i comunisti

Conoscete la storia del maestro Zen e del bambino che riceve un cavallo per il suo compleanno? È un storia di fantasia, che sollecita la mente del saggio lasciandolo concentrare sul relativismo di azione e reazione. Qualcosa che evidente era sfuggito al Pentagono tra la primavera del 1979 e quella del 1988; quando un texano arrivato da una cittadina di meno di duemila anime del profondo sud solo per garantire il salario minino e l’assistenza medica ai bisognosi, finì per cacciare i comunisti dall'Afghanistan insieme ad un paio di tizi della CIA. Gente pragmatica, che allora preferiva investire tutto sul vecchio adagio “il nemico del mio nemico è un mio amico”.

Tombeur de femmes impenitente, avvezzo alla vita notturna e al consumo di whisky e whiskey (non sottovalutate mai la differenza, ndr), ex luogotenente della Marina degli Stati Uniti, il deputato Charles Wilson rappresentava a Washington il secondo distretto del Texas dal 1972. E non vide perché i comunisti che avevano invaso l'Afghanistan - terra strategica che è stata al centro del Grande Gioco intrapreso dall'Impero britannico e da quello russo nel diciannovesimo secolo, senza perdere la benché minima importanza nello scacchiere della Guerra Fredda - dovessero averla vinta tanto facilmente con un popolo di pastori e contadini brutalizzato e ridotto allo stremo, che pure avevano dato filo da torcere, nei secoli, anzi nei millenni, alle falangi Alessandro Magno come all’esercito di Sua maestà. (Due volte).

Quando nel 1978 l'Unione Sovietica decise di appoggiare il governo di Babrak Karmal mandando in Afghanistan una forza di spedizione di 120mila uomini, e contando sulla capacità di persuasione dei suoi carri armati T-62 e dei suoi elicotteri Mil-Mi 24, il deputato Wilson faceva parte della Sottocommissione parlamentare sugli stanziamenti alla Difesa (House Appropriations Subcommittee on Defense, ndr). Era la commissione responsabile per i fondi ai servizi segreti americani che erano già esperti nel condurre guerra segrete in Stati che non dovevano cadere sotto il controllo dei comunisti, in Europa come in Asia.

Non è dato sapere se la sua crociata sia iniziata veramente dopo aver visto un servizio del giornalista Dan Rather dall’Afghanistan che con un pakol in testa (valsogli il soprannome di “Gunga Dan”, dal romanzo di Kipling) raccontava il massacro di Kerala per la Cbs. Ma quello che è certo è che uno dei suoi primi provvedimenti fu quello di aumentare il budget per le operazioni di intelligence e per il finanziamento di armamenti con cui i Mujaheddin - ossia "guerrieri santi" - avrebbero dovuto fronteggiare le armate sovietiche. Nel 1983, ad appena quattro anni dall’inizio dell’Operazione Cyclope - programma della Cia a supporto dei ribelli afghani - il deputato Wilson, con la collaborazione di due operativi dei servizi segreti statunitensi, Gust Avrakotos e Michael Vickers, riesce ad aumentare i fondi da poche centinaia di migliaia di dollari ad un patrimonio di ben 40 milioni di dollari. La metà dei quali investiti solo in armi antiaeree, come i famigerati lanciamissili terra-aria spalleggiabili “Stinger” che faranno strage di elicotteri russi. Molte delle armi vennero reperite con il supporto del Mossad israeliano, che per l’occasione collaborò sotto mentite spoglie con la Difesa egiziana e con il governo del Pakistan che lasciava transitare le armi sul proprio territorio con l’obiettivo di mettere fine all’incontrollabile esodo dei profughi afghani.

"Gli Stati Uniti non hanno niente a che fare con la decisione di combattere da parte di queste persone... ma saremo condannati dalla storia se li lasciamo combattere solo con le pietre”, affermava Wilson per portare dalla sua parte, della CIA e della sua musa passe-partout Joanne Herring, i deputati. Quei signori del Congresso più titubanti, che in ultima istanza arrivarono ad approvare finanziamenti di oltre 300 milioni di dollari in un solo anno per foraggiare quella che passerà alla storia come una piccola grande guerra privata: la guerra del deputato del secondo distretto del Texas a cavallo tra i primi anni ’70 e la fine degli anni ’80. Una guerra che verrà documentata, insieme al sistema adoperato per il finanziamento semiocculto della Cia per le cosiddette black operation, nel libro di George Crile terzo “Charlie Wilson's War: The Extraordinary Story of the Largest Covert Operation in History”.

Pochi "pazzi" al posto giusto

La strenua resistenza dei mujaheddin, molti dei quali di etnia pashtun condotti in battaglia da Jalaluddin Haqqani, si tramuterà nell’ennesima schiacciante vittoria che consacrerà le inespugnabili montagne e le inospitali valli afgane come “tomba degli imperi”.

Con la ritirata dell'Armata Rossa e il successivo crollo nell'Unione Sovietica - già prossima al collasso -, Charlie Wilson passerà alla storia come un eroe silenzioso. Non privo di una certa modestia e di una coscienza critica che lo vedrà dire più volte, come un moderno Lawrence d’Arabia non combattente, che “gli afghani non avranno mai il genere di credito che meritano”, ricordando ad ogni occasione che finita la Guerra Fredda gli Stati Uniti hanno "lasciato un vuoto” in Afghanistan, “un vuoto che è stato riempito dai talebani e da al Qaeda”.

Un'eredità pericolosa

Se al Qaeda è arrivata a tanto nel 2001 e e se oggi i talebani sono così armati e addestrati da aver dato filo da torcere alle armate americane e inglesi, in ritiro dopo la dissoluzione delle'esercito afghano, lo sforzo della Cia e i lauti fondi racimolati dal deputato Wilson non vanno certo dimenticati. Al contrario, secondo molti sono il prodromo del problema. La risposta alla storiella Zen del bambino e del maestro, che a ogni sfortuna e ogni fortuna provocata dall’arrivo di quel cavallo chiosava con un “vedremo”.

Secondo il giornalista Steve Coll, autore del libro "La guerra segreta della CIA. L'America, l'Afghanistan e Bin Laden dall'invasione sovietica al 10 settembre 2001", i “cospicui finanziamenti” forniti ai combattenti del Jihad dall’ignaro anticomunista Charles Wilson risulterebbero essere infatti d’importanza centrale per l’ascesa dei Talebani. Nonché per la nascita sul territorio afgano di Al Qaeda.

Come ricorda anche Franco Iacch, Osama bin Laden ricevette assistenza e protezione da Jalaluddin Haqqani. Era lui uno degli uomini di fiducia della Cia durante la Guerra fredda e il primo leader tribale a testare le armi che gli americani facevano arrivare nelle mani dei combattenti islamici. Ed era lui il capo addestrato a mettere in atto le strategie di guerriglia che misero in ginocchio le armate sovietiche, e che appena 12 anni dopo sarebbero state rispolveravate per fronteggiare l’avanzata della Coalizione internazionale guidata dagli Usa nel post-undici settembre.

Il vero errore fu reclutare e addestrare gli arabi”, dicevano, per combattere il comunismo senza tenere conto che prima o poi si sarebbero trovati a fronteggiare le potenze occidentali. Il detto “il nemico del mio nemico è mio amico” - che sia la CIA che l’MI6 presero per buono - si sgretolava a Herat come un tempo si era sgretolato a Kandahar. Ma il deputo Charlie Wilson questo non poteva prevederlo.

Oggi, domani, poi "vedremo"

Oggi leggiamo, dopo l’entrata in vigore dell’accordo di Doha, di una ritirata precipitosa del personale diplomatico da Kabul, dopo che le bandiere sono stata ammainate dagli ambasciatori scortati dai marines e dai paracadutisti. Che nel frattempo il figlio del “Leone del Panjshir” Massoud, diplomato all’accademia militare britannica di Sandhurst, vuole guidare una nuova insurrezione contro i talebani (magari la Cia è pronta a finanziarlo). Che l’Occidente ha comunque lasciato in Afghanistan, dove i soldati regolari si sono ritirati fino all’ultimo uomo, i suoi mercenari dell’Academi. Scarponi a terra, spalla a spalla con i mercenari russi della Wagner. Perché in Afghanistan esistono ancora molte ricchezze, in metalli preziosi e rari, e non solo. E che l’opinione pubblica è rimasta molto scossa da tutti quegli uomini e donne disperati per l’arrivo dei tagliagole. Tanto disperati da attaccarsi a alle ali di un quadrigetto da trasporto strategico che appena presa quota li ha visti cadere giù nel vuoto. È bene avere un’opinione pubblica internazionale così inconsapevole ma così scossa in un momento così complesso? Vedremo.

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