Tommy, Martina, le zucchine e il romanzo di una figlia che viene da lontano

Si intitola «Sarò vostra figlia se non mi fate mangiare le zucchine», l'ha scritto l'autore televisivo Tommy Dibari, è la storia di un'adozione tenera, struggente e appassionata: «Non dimenticherò mai il suo sguardo da pulcino sperso mentre stavamo viaggiando verso casa. In lei vediamo già molto di noi»

Lo dice un proverbio zen: «Nella vita bisogna fare tre cose: fare un figlio, scrivere un libro, piantare un albero». Tommy Dibari, 41 anni, scrittore e autore televisivo, da Striscia la Notizia a Paperissima, un libro «Sarò vostra figlia se non mi fate mangiare le zucchine» Storia di un'adozione (Cairo Editore, pp. 130, euro 13) lo ha scritto sul suo diventare padre. Piantare un albero è il meno. Una storia d'amore tenera, struggente e appassionata per Martina, figlia della volontà che non si arrende mai e dell'amore che non conosce confini. Martina viene da un mondo difficile e il papà e la mamma, Tommy e la moglie Doriana, li ha conosciuti a cinque anni. Il libro è il racconto del viaggio e dell'incontro, di qualcosa che sarà prima di quello che è stato. Più che una favola a lieto fine l'inizio di una nuova vita.
Cosa c'entrano le zucchine nel tuo libro?
«C'entrano come il cavolo a merenda. Scherzo... In realtà è un'affermazione di mia figlia prima che arrivasse da noi, una frase che nasconde, tra ironia e tensione, la paura di una bambina che sta per salpare verso l'adozione».
Nel tuo libro alterni il racconto alle lettere. Perchè si sposano bene insieme?
«Forse perché in un romanzo autobiografico, talvolta, si sente il bisogno di momenti di sosta, di una casa cantoniera dove rifugiarsi con le proprie emozioni, con i propri sentimenti. E le lettere rappresentano un pit stop, quel pensiero lento, meridiano, attraverso il quale ho costruito un ponte immaginario con mia figlia.
Il figlio adottivo tu dici nasce dal cuore. Cosa vuoi dire?
«Vuol dire che possono esistere quelle che io chiamo "gravidanze cardiache", gravidanze che, pur in assenza di biologia, prevedono comunque parti profondi».
Che bambina è Martina?
«Allegra, vivace, sensibile, creativa, tenerissima, consapevole, bizzarra e soprattutto curiosa. È una bambina capace di osservare le cose da altri punti di vista. Una per esempio mi disse mentre stavamo andando a scuola, "il cielo se lo guardi bene, è un mare rovesciato..."».
C'è magari qualcosa che stranamente vi somiglia nel suo modo di essere?
«C'è qualcosa che più che stranamente, ormai, normalmente ci somiglia. In lei rivediamo gran parte di noi, in quelle che mia moglie ed io definiamo "somiglianze involontarie", quelle che cogli nelle sfumature, nei gesti, nelle pieghe delle più piccole cose».
Non tutti ce la fanno a diventare genitori adottivi. Perchè secondo te?
«Perché spesso non sono ancora pronti per esserlo. So che è una cosa scomoda da dire, ma delle volte è così. Ho incontrato molte coppie che pensavano all'adozione come ad una sostituzione a cui ricorrere in assenza di possibilità biologiche, addirittura, spingendosi a desiderare il figlio adottivo di soli pochi mesi, credendo di compensare così, la ferita di una mancata gravidanza. Niente di più sbagliato. L'adozione a qualunque età, è sempre una nascita».
Il tempo, le attese, è uno dei nemici peggiori. Come si vive il tempo quando si cerca un bambino?
«È come aver smarrito il proprio figlio, sentii l'irrefrenabile bisogno di ritrovarlo nel più breve tempo possibile. E allora corri, corri, corri».
Perchè fare del bene a un bambino costa così tanto e fare del male è così facile?
«Una domanda difficile, e quindi bella. Perché il bene dell'adozione è una misura dichiarata, il male invece, vivendo nel torbido, è spesso incodificabile, e talvolta, scambiato addirittura con il bene».
In questo lungo viaggio che ti ha portato fino a Martina qual'è stato il momento più difficile?
«Quando in auto con mia moglie ci avviavamo verso quella che sarebbe stata per sempre casa sua, non dimenticherò mai lo sguardo da pulcino sperso di mia figlia, il cappello di lana sul volto pallido e gli occhi rivolti verso il finestrino».
...e il più emozionante
«Quando l'abbiamo incontrata per la prima volta, quando ho visto lei e mia moglie giocare insieme: preparavano un caffè immaginario, credo il migliore che abbia mai gustato».
Come ci si prepara a diventare papà di un bimbo già nato?
«Provando a farlo rinascere insieme a te ogni giorno».
Come si superano diffidenze, timidezze e incomprensioni?
«Attraverso quella che Zavalloni chiamava la pedagogia della lumaca, un millimetro alla volta, un passo alla volta, un sogno alla volta».
Qual è il primo mattone su cui costruire un rapporto?
«Il dialogo, l'accudimento, la capacità di essere per i propri figli un punto di riferimento stabile, sempre».
Che figlio sei stato?
«Vedi che bambina è Martina, qualche domanda più su, ecco, io ero uguale a lei».
E che papà vuoi essere?
«In realtà rifuggo dall'ideal-tipo, sono semplicemente orgoglioso del lavoro certosino che provo a compiere ogni giorno, lasciando il mio segno, la mia impronta».
Quanto c'è di tua moglie in questa scelta?
«Ci sono le vele, il vento e il sacco a pelo per rimirare le stelle la notte. Insomma c'è tutto quello che serve per affrontare il mare aperto».
L'amore ha sempre bisogno di un figlio?
«Si, proprio perché il figlio ha sempre bisogno dell'amore».
In Inghilterra fece scalpore un ragazzina, Claire Martin quando disse al Guardian: i genitori adottivi ci possono dare cibo, una casa e tante altre cose ma non riusciranno mai a darci un'identità. Cosa ne pensi?
«Che era molto arrabbiata e che non devo giudicare la frase ma l'emozione che l'ha determinata. Infatti è dalle emozioni che bisogna partire».
L'amore alla fine salva la vita?
«Si perché ci offre quotidianamente la possibilità di goderci davvero il tempo vissuto e tutto ciò che esso contiene».
...e vince ogni barriera.
«Si sempre, anche quando le barriere non sembrano finire mai».
Un altro bambino come lo vedi?
«Spero di vederlo presto. Con mia moglie abbiamo presentato la domanda per un'altra adozione. Incrociate i cuori per noi...»