«Torno fra i miei egizi per una guerra giusta»

Ventidue anni dopo il primo episodio, esce il quinto romanzo della saga da 120 milioni di copie: «Questa volta la civiltà dei faraoni se la vede con gli Hyksos. E incontra i cretesi»

«Torno fra i miei egizi per una guerra giusta»

Gli organizzatori di Bookcity non potevano scegliere sede più suggestiva per organizzare, oggi alle 17, l'incontro fra Wilbur Smith e i suoi lettori. Infatti la Sala Viscontea del Castello Sforzesco di Milano è a pochi metri dalle collezioni di mummie e sarcofagi egizi, e costituirà un'affascinante cornice alla presentazione de Il dio del deserto (Longanesi), quinto romanzo in cui Smith prosegue il suo «ciclo egizio» iniziato ventidue anni fa con Il dio del fiume e proseguito con Il settimo papiro , Figli del Nilo e Alle fonti del Nilo . Smith, arrivato a 120 milioni di copie vendute in tutto il mondo, conferma che l'avventura ha sempre caratterizzato la sua vita. «Sono cresciuto in Africa. A mio padre piaceva viaggiare per il mondo e credo di avere appreso da lui lo spirito dell'avventura».

In che cosa consiste il fascino dell'Africa?

«È un continente costituito da nazioni ed etnie diverse. E questo è indubbiamente un buon materiale da utilizzare per noi scrittori. Ancora oggi l'Africa è così studiata e visitata perché resta qualcosa di misterioso in quei luoghi, qualcosa di ancora vergine. L'Africa è stata conquistata e sfruttata, ma non vinta. È da sempre una fonte inesauribile di risorse, ma ha un ritmo di vita suo. Ha un suo scorrere del tempo capace di vincere qualsiasi conquistatore».

E la civiltà egizia, in particolare?

«L'Egitto è stato la culla della civiltà. Gli egiziani hanno scoperto la religione, l'architettura, la filosofia, la medicina, la tecnica di forgiare le armi, l'astronomia e molte di quelle “cose” che ci hanno reso popoli civili. Quando ero bambino venne scoperta la tomba di Tutankhamon e questo ha rivoluzionato l'archeologia, ma anche la nostra conoscenza del popolo egizio. Mia mamma rimase colpita da quel ritrovamento. Mi fece vedere le foto apparse sui giornali, mi lesse molti articoli di quel periodo, mettendo così in moto la mia immaginazione. Mi sono sempre sentito vicino a quella civiltà. Il Museo del Cairo è per me un luogo meraviglioso dove ho passato intere giornate. Ora non posso farlo per motivi di salute, ma ci tornerei volentieri tutti i giorni. L'Egitto è stato il centro della civiltà e da Alessandro Magno ai Romani tutti gli hanno dovuto tributare rispetto».

Come si è documentato su quel mondo?

«Ho letto decine e decine di monografie storiche e romanzi sull'Egitto. Ma soprattutto l'ho visitato molte volte, vedendo i siti archeologici e organizzandomi degli speciali tour lungo il Nilo. Una volta noleggiai persino una carovana con quattro cammelli e cammellieri. Partendo dal Nilo e arrivando al Mar Rosso conobbi il deserto e il grande fiume. Ho studiato l'Egitto, l'ho sognato, l'ho vissuto e poi l'ho raccontato nei miei libri».

Il protagonista dei suoi romanzi del ciclo egizio è un uomo davvero singolare...

«Ho scelto Taita perché mi permetteva il controllo totale delle mie storie. Se avessi scelto un faraone non avrei avuto la stessa libertà narrativa e non sarebbe stato nemmeno divertente. È un personaggio con tante dimensioni: scriba, inventore, guerriero, consigliere. Molti dicono che è molto ambizioso e vanitoso, in realtà un uomo del suo calibro non avrebbe potuto che comportarsi come lui, a quei tempi. Capisco benissimo la sua vanità, perché gli permette di sopravvivere a tutto, anche al fatto di essere stato castrato e reso un eunuco. Può essere saggio, gentile, cortese, ma anche crudele».

Taita combatte contro nemici unici nel loro genere.

«Ho deciso di utilizzare il più possibile gli Hyksos perché sono un popolo di cui si sa poco. Avere a disposizione avversari del genere mi ha permesso di caratterizzarli come volevo io, senza che nessun egittologo potesse dirmi che ne avevo sbagliato la ricostruzione storica. Sono un popolo feroce, cupo, al quale ho dato tradizioni oscure e di cui ho sviscerato le caratteristiche guerriere. Erano perfetti per essere i nemici di Taita, il quale odia queste creature dell'ombra e che cerca di fare di tutto per sconfiggerli».

Perché nel suo nuovo romanzo ha fatto incontrare egizi e cretesi?

«La civiltà Minoica mi ha sempre attratto perché è stata centrale nello sviluppo del Mediterraneo. Poi all'improvviso, dopo esserne stata una delle dominatrici, è completamente scomparsa. È credibile che la società egizia e quella del re Minosse si siano incontrate».

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