Viviamo in un mondo di meme

Essere «replicati» ormai è un indicatore di successo. Ritorno della vecchia parodia o nuova "droga" per le masse?

Viviamo in un mondo di meme

L'ultimo exploit l'ha fatto Time , con la copertina pre-Ferragosto. Si vede il fondatore di Oculus, Palmer Luckey, il 22enne che ha venduto la sua startup a Facebook un anno fa per 2 milioni di dollari, con indosso la sua maschera virtual reality che saltella su una spiaggia. Voleva essere una trovata divertente, combattere lo stereotipo del nerd . Invece si è rivelata goffa e imbarazzante. E la versione digitale della cover medesima è stata per giunta diffusa in versione animata. È stato subito boom di meme. Il popolo della rete ha twittato tutto il giorno cloni di Palmer Luckey saltellante in ogni dove, dalla Cappella Sistina agli spazi siderali alla panchina di Forrest Gump, tanto che lo stesso Time ha aperto una sezione speciale del suo sito per aggregare i migliori.

È solo l'ultimo episodio della battaglia a suon di «cover memes», diventati una delle tante declinazioni del fenomeno più intrigante della rete circa un anno fa, quando il New York Times fece scuola. Mise in copertina il volto di Hillary Clinton sovrapposto alla superficie di un pianeta. La cover divenne nota in tutto il mondo web con il titolo «Planet Hillary» e ispirò centinaia di meme, centinaia di migliaia di retweet dei medesimi e articoli speciali sul blog del NYT . Ora, il concetto di meme esisteva ben da prima del Web 2.0. Pare sia un'invenzione di Richard Dawkins che in Il gene egoista (1976) lo descriveva come unità minima dell'evoluzione culturale. Una unità di informazione che porta con sé uno schema di replica, mutazione e selezione che influenza l'ambiente e può essere trasmessa. D'altra parte se si rilegge Il biglietto che esplose (Adelphi) di William Burroughs, datato 1962, si ritrova un'umanità al capolinea con un'unica certezza: il linguaggio è un virus, che si trasforma in altri linguaggi, che vengono manipolati. Una barzelletta ritrasmessa di continuo è un meme. La catena di Sant'Antonio è un meme. I tormentoni, le citazioni, le ninne nanne e i proverbi sono tutti meme.

Ma il meme più famoso nella cultura digitale occidentale nasce in rete: nel 2013 il regista scozzese Ryan McHenry fa partire una serie su Vine chiamata «Ryan Gosling non mangerà i suoi cereali». Un montaggio di spezzoni da vari film in cui Gosling rifiuta di mangiare cereali (4 milioni di like solo il «best of» su youtube). McHenry muore nel maggio scorso a 27 anni per cancro alle ossa e Gosling crea un meme anche più virale: fa colazione con un tazzone di cereali in suo onore: mezzo milione di like al volo.

Nel mondo virtuale, esistono ormai meme su tutto: show business e politica, cronaca nera, tendenze di costume, eventi globali e fatti personali. La rete trasforma in meme «alto» e «basso» e li mescola. E così la spazzatura virale per il solo fatto di essere virale diventa cultura. Ma anche la cultura diventa spazzatura virale. Il linguaggio memetico parlato dalla rete ha però un tono di voce ben preciso: il comico (proprio il registro comico, non la commedia: quello che prevede l'irruzione dell'irrealtà, per cui tutto può accadere). I meme che nascono per la rete sono quasi sempre parodie basate su video, foto, disegni e poco o per niente su parole e narrazione complessa. Un blob che fa sorridere o ridere per il fatto stesso di esistere: quel che conta è il montaggio di immagini, purché montate per far scivolare la storia originale sulla classica buccia di banana.

Prendiamo LPoNY, meme appena nato di HoNY. La storia parte quando un fotografo trentenne di New York vicino al fallimento una mattina si sveglia e ha un'idea: uscire di casa, obiettivo alla mano, e creare una mappa della sua città attraverso le foto di tutti i suoi abitanti. Più o meno, tutte. Cammina cammina, il progetto si trasforma. Le foto diventano ministorie, la mappa iniziale un' instant novel del volto della folla della Grande Mela. Il fotografo, Brandon Stanton, le posta su un blog accompagnate da un commento del diretto interessato fotografato on the road : nasce humansofnewyork.com, ovvero HoNY. In un anno HoNY supera il milione di follower. Il mondo reale si accorge di lui: le interviste si sprecano e pubblica un primo lussuoso libro-oggetto per 45 settimane in classifica del NYT . A un lustro esatto da quell'estate quel sito e quella pagina facebook piacciono a oltre 14 milioni di persone, con una media di 400mila like a foto; il nome è sempre HoNY, ma il catalogo fotografico si è esteso ad altri Paesi.

Ora, niente di meglio per inaugurare «Lizard People of New York» (LPoNY), il meme di HoNY, che prendere un lucertolone sullo sfondo dello skyline di New York e postarlo su Facebook, Dov'è l'umorismo? Beh, negli States 12 milioni di abitanti credono - secondo un'inchiesta di un anno fa sulla Cospirazione condotta dal Public Policy Polling - che le lucertole controllino la politica mondiale. Subito arriva il battesimo di un centinaio di migliaia di like. Post dopo post, un catalogo di newyorchesi ordinari in posa e una didascalia spiegheranno su LPoNY come useranno il loro potere rettiliano. Da poco è arrivato anche FoNY, felinesofnewyork, ed è già diventato un libro, in uscita il prossimo autunno, su oltre 100 gatti glamour newyorchesi fotografati uno per uno.

Ridere per ridere, senza riflessione critica, manipolando le immagini e azzerando o quasi le parole spaventa però la critica politicamente corretta, che subito bacchetta (vedi Sunday Review del NYT e New York Review of Books ): l'ascesa dei meme come linguaggio popolare nutre un meccanismo di potere che usa il divertimento per controllare le masse. E via col luogocomunismo: stiamo a parlar di meme perché la cultura è morta; l'icona vince sul linguaggio perché il mondo è illetterato; vade retro un film come quello annunciato dalla Sony due settimane fa, interamente basato su Emoticon. Per una volta, invece, l'accademia sembra più avanti e segna un punto a favore dell'icona: sul suo blog Boing Boing il guru digitale Cory Doctorow annuncia esultante che la Columbia University ha appena accettato Unflattening di Nick Sousanis, la prima tesi di dottorato tutta a fumetti. E non ha nemmeno voluto l'apparato critico esplicativo a pie' di pagina. Così sarà un attimo trasformarla in meme.

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