Quando penso al bambino di Napoli attaccato ad una macchina perché qualcuno non ha saputo maneggiare un prezioso organo vitale, provo una stretta allo stomaco. C'è un limite oltre il quale l'errore non è più soltanto errore. Diventa qualcosa di più grave. Diventa sciatteria morale. Diventa leggerezza colpevole. Diventa una colpa che pesa come un macigno. Attenzione. Qui non stiamo parlando di una pratica amministrativa sbagliata, di un modulo compilato male, di una dimenticanza burocratica. Stiamo parlando del cuore di un bambino. Un organo minuscolo, delicato, prezioso. Un cuore donato da un neonato morto per salvare un neonato vivo. Un gesto sacro. E quel cuore, secondo quanto emerge dalle indagini, sarebbe stato trasportato in un contenitore non idoneo, con modalità incompatibili con la delicatezza di un trapianto. Non in una capsula medicale controllata con rigore assoluto, ma in un box di plastica simile a quelli che si usano per tenere fresca la carne durante una scampagnata. Un cuore non è un pezzo di macelleria. Non è una bistecca da portare in montagna. Non è un oggetto. È vita. E quando si parla di trapianti pediatrici, si parla di un equilibrio fragilissimo: compatibilità rarissime, tempi strettissimi, distanze enormi, probabilità minime. Da Bolzano a Napoli non è dietro l'angolo. È attraversare un Paese intero con in mano il destino di una famiglia. Se davvero, e saranno le indagini a stabilirlo, quell'organo è stato danneggiato per una conservazione inadeguata, per un uso improprio del freddo, per temperature non corrette, allora non siamo davanti a una banale negligenza. Siamo davanti a una catena di leggerezze inaccettabili. Perché non basta sbagliare a monte. C'è anche il momento in cui l'organo arriva. C'è il momento in cui lo si osserva. C'è il momento in cui si decide di procedere. Un trapianto non è un tentativo alla cieca. Non è: "Proviamo e vediamo se funziona". Un trapianto si fa quando le condizioni sono idonee, quando l'organo è sano, quando si ha ragionevole certezza che possa attecchire. Qui parliamo di un bambino di due anni attaccato a un macchinario che gli tiene in vita il corpo mentre il cuore non regge. E secondo il Bambino Gesù, questo bimbo potrebbe non essere più nemmeno trapiantabile. Questo significa che quell'occasione era forse unica. Trovare un cuore compatibile per un adulto è già complesso. Per un bambino di quell'età è rarissimo. E dire oggi "speriamo in un altro cuore" è una frase terribile, perché significa sperare che un altro bambino muoia. È un pensiero che spezza il fiato. Non si tratta di attaccare Napoli o Bolzano. Non è una guerra tra ospedali. Il sistema sanitario italiano è fatto di eccellenze straordinarie. Abbiamo medici che salvano vite ogni giorno in condizioni difficilissime. Ma proprio perché il sistema è fatto di eccellenze, gli errori, se errori sono stati, fanno ancora più male. Perché qui non si può essere approssimativi. Qui non si può essere superficiali. Qui non si può essere distratti. Quando si maneggia un cuore si maneggia l'intero destino di una famiglia. Il dolore dei genitori è inimmaginabile: prima la speranza, poi l'operazione, poi la scoperta che qualcosa non ha funzionato, poi l'agonia dell'attesa. Non esiste dolore più feroce di quello di un padre e una madre che guardano un figlio attaccato a una macchina e si chiedono: "Si poteva evitare?". È questa la domanda che pretende risposta. Non per distruggere la fiducia nel sistema sanitario. Non per alimentare isterie. Ma per giustizia. Perché la fiducia non si difende nascondendo la verità. Si difende facendo luce. Se c'è stata imperizia, deve emergere. Se c'è stata superficialità, deve essere sanzionata. Se c'è stata una catena di errori, va ricostruita. Un cuore non è un oggetto. Un trapianto non è una prova.
La vita di un bambino non è una variabile statistica. E davanti a questa storia non si può essere neutrali. Si può solo pretendere verità. E sperare, con tutta l'anima, che quel piccolo cuore trovi ancora una possibilità di battere.