«Dallo Stato neanche un euro alle banche»

Rompere l’accerchiamento. Rispondere colpo su colpo. Alzare la voce. Hanno fatto da piattello per tutta l’estate al tirassegno del ministro Giulio Tremonti, da bersaglio per la compatta compagine confindustriale sostenuta dal coro maledicente di artigiani e piccoli imprenditori, ma adesso le banche non ci stanno più a passare per brutte, sporche e cattive. Basta con le accuse di strangolare le imprese con il cappio del credit crunch; basta con la storia di aver intascato soldi dallo Stato salvo poi non dispensarli a chi chiedeva aiuto; e basta anche con la falsa morale degli stipendi manageriali gonfiati con gli estrogeni dei super-bonus. Abbiamo fatto la nostra parte, si difendono le banche, non affondando davanti alla tempesta perfetta che altrove ha mandato a gambe all’aria colossi del credito. E siamo rimaste in piedi contando solo sulle nostre forze.
È un fiume in piena, Corrado Faissola davanti ai tesserati della Confesercenti, riunita ieri per l’ottavo meeting a San Martino in Campo (Perugia). Per il presidente dell’Abi è un po’ come finire nella tana del lupo, considerate le voci non proprio benevole anche dei commercianti nei confronti delle banche. Ma Faissola non si tira indietro. Anzi. L’esordio è già in crescendo, da trance agonistica: «Molti di voi - dice rivolgendosi alla platea - sono convinti che lo Stato abbia dato un sacco di soldi alle banche. Lo Stato alle banche non ha dato nemmeno una lira. Le banche italiane - aggiunge - sono rimaste in piedi nonostante la bufera senza avere bisogno di alcun aiuto da parte dello Stato. Il governo ha dato un grande contributo nel momento in cui ha predisposto dei salvagente, dei paracadute, perché questo ha consentito di mantenere una situazione di relativa serenità. Ma in concreto non c’è stato niente». Insomma, un’operazione più psicologica che reale. Anche perché i Tremonti bond «costano troppo e rischiano di introdurre lo Stato nella gestione degli istituti».
A Tremonti, le cui critiche sul braccino corto dei signori del credito sono solo «spot» e «un’alea che viene coltivata a captatio benevolentiae elettorale», e alla Confindustria, il numero uno dei banchieri ricorda che la saldezza del sistema italiano deriva dall’aver il 70-80% degli attivi impegnato in credito alle imprese, in particolare quelle medie e piccole, contro il 40-50% della media europea. Questa filosofia d’impresa ha impedito di avvelenare i bilanci con titoli tossici, ma «un dato - si allarma Faissola - mette in questo momento a dura prova i nostri conti economici. Perché la crisi ha messo in gravissima difficoltà tutte le Pmi nostre clienti, nei confronti delle quali abbiamo i crediti». Nel primo semestre, rivela, ammontano infatti a 8,5 miliardi di euro le perdite su crediti.
Altro punto dolente, quello delle aggregazioni, responsabili di aver allontanato le banche dal territorio. Faissola sottolinea che tale politica è stata prima di tutto voluta dalla Banca d’Italia, respinge l’ipotesi di uno sradicamento territoriale e si dice comunque convinto dell’impossibilità di «tornare indietro». Poi passa ai bonus, che «non sono tipici dei banchieri, ma della categoria dei grandi manager. È una mia personale convinzione che bisogna lasciare libera ogni azienda di definire ciascuna la propria politica, oppure finiamo in un’economia che non ci piace».
Quel «non ci piace» è riferito agli anni in cui lo Stato controllava le banche, con un rimando implicito alla Banca del Sud che invece tanto piace a Tremonti, al quale «dovrò regalare una bottiglia di vodka» visto che «rimpiange il periodo della pianificazione sovietica».
L’ultima stoccata è riservata agli imprenditori e, anzi «a un autorevolissimo rappresentante di associazioni di impresa», cioè al leader degli industriali, Emma Marcegaglia, colpevole di aver sollevato la questione del credit crunch, che oggi criticano, «ma non hanno visto una chiara linea di sviluppo» e non hanno quindi spesso progetti di investimento da finanziare. Si preannunciano repliche.

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