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Il declino dei centri sociali. Sempre più circoli "snob" che resistono (comodi) negli immobili del Comune

Piccoli gruppi di attivisti, no autogestioni e per evitare sgomberi non più occupazioni "private"

Il declino dei centri sociali. Sempre più circoli "snob" che resistono (comodi) negli immobili del Comune
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Il movimento dei centri sociali della città attraversa una fase di declino progressivo. I numeri si sono ridotti drasticamente, la partecipazione alle iniziative è bassa e molte esperienze storiche stanno andando pian piano a scemare. Secondo le forze dell'ordine non si tratta di un crollo improvviso, ma di un lento sgretolamento che va avanti da anni.

Un segnale chiaro arriva dalle manifestazioni studentesche. Escluse quelle su temi "caldi" come la Palestina, i cortei che una volta contavano migliaia di persone oggi radunano solo poche centinaia di militanti. I centri sociali hanno sempre "pescato" nel bacino studentesco: meno ragazzi coinvolti significa una rete più debole, con meno energie e meno ricambio generazionale.

Oggi la maggior parte delle realtà conta su gruppi strutturati molto piccoli, tendenzialmente intorno alle 30 persone per spazio. Manca spesso la massa critica necessaria per mantenere occupazioni complesse o lanciare iniziative di grande impatto. Senza quel numero minimo, diventa difficile organizzare eventi di ampio respiro o resistere a pressioni esterne.

Un cambiamento profondo riguarda la natura degli spazi. Le occupazioni abitative pure sono quasi scomparse. La maggioranza dei centri rimasti funziona come luoghi di socialità: si aprono per iniziative, concerti, dibattiti o mercati, ma la notte gli attivisti tornano a casa propria. Eccezioni significative rimangono legate a famiglie di immigrati, come lo Spazio Mutuo Soccorso (SMS), dove convivono dinamiche abitative più stabili.

Molte realtà storiche sono "morte da sole" o non sono riuscite a rioccupare dopo sgomberi. Macao è considerato finito, Casa Loca ha visto concludersi l'esperienza originaria (anche se lo stabile è stato rioccupato da altri), mentre reti legate all'inserimento migranti si sono indebolite senza riuscire a ripartire. Anche esperienze come il Leoncavallo (sgomberato nell'agosto scorso), il Vittoria, la Fornace a Rho o parti del Cox 18 non occupano più il centro della scena come un tempo.

I centri ancora attivi si dividono in due macro-tipi. Pochi si trovano in stabili privati: più rischiosi, perché esposti a sgomberi rapidi. La maggioranza occupa invece immobili comunali: vivono in modo più "tranquillo", con una gestione meno conflittuale dato che il Comune è proprietario. Tra questi c'è lo Zam (Zona Autonoma Milano) e la Dogana Occupata (spazio non abitativo, anche se qualcuno occasionalmente dorme lì).

Tra le realtà ancora visibili c'è senz'altro La Panetteria Occupata di via Conte Rosso, il T28 in via dei Transiti, spazi abitativi più complessi e transitori, con presenza di famiglie e dinamiche di convivenza; il Cantiere (via Monte Rosa): spazio di socialità con iniziative frequenti e comunicazione forte sui social; Sms (Spazio Mutuo Soccorso, piazza Stuparich): abitativo con famiglie di immigrati, spesso descritto come più accessibile; la Cascina Torchiera (piazzale Cimitero Maggiore): misto, con un'anima antagonista/anarchica orientata alle manifestazioni e un'altra più legata al "vivere liberamente", al reinserimento e alle battaglie sociali; il Lume (viale Vittorio Veneto): più un magazzino occupato che un centro sociale tradizionale.

Esistono quindi anche realtà considerate più "intellettuali", come parti del Cox 18 con la sua libreria anarchica e gli spunti di riflessione legati a figure come Primo Moroni.

Sul fronte degli sgomberi, esiste una direttiva ministeriale che dà priorità all'intervento nei posti rioccupati subito dopo uno sgombero precedente, per scoraggiare il "rimbalzo" immediato. Nella pratica milanese però non è stata applicata rigidamente. Un esempio di applicazione più decisa è stato quello del Foa Boccaccio a Monza: sgomberato più volte in rapida successione, ha mostrato resilienza all'inizio, ma alla fine si è indebolito. Negli ultimi tre anni diversi spazi legati alla rete migratoria sono stati sgomberati, ma nessuno è stato rioccupato dagli stessi gruppi: un altro segnale, questo, di debolezza strutturale.

L'età degli attivisti gioca un ruolo importante: molti sono giovani, immersi nel disimpegno generale dalla politica militante, con il telefono che spesso sostituisce l'impegno costante.

I temi forti che emergono sono chiari. Il declino da migliaia di persone a piccoli gruppi di 30. La mancanza di personalità carismatiche e di militanza prolungata. La trasformazione da spazi antagonistici di piazza a luoghi di socialità, cultura e mutuo soccorso, con pochi abitativi veri. Il rapporto con le istituzioni: più tolleranza nei comunali, più rischio nei privati. E il divario tra comunicazione e realtà: molti sopravvivono più sui social che sul terreno.

Un tempo i cortei erano oceanici e

i leader forti; oggi prevalgono iniziative più ridotte, spesso "flash mob" comunicativi. Il movimento non è sparito, ma si è ridimensionato, frammentato e trasformato. Resta da vedere se riuscirà a trovare nuova energia.

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