Delbono lascia, anzi no. Il giallo delle dimissioni

Il sindaco travolto dal Cinzia Gate non ha ancora firmato il congedo.
A Bologna giurano: sta aspettando il via libera del Pd, ma il partito
preferisce tergiversare perché teme elezioni immediate. Maroni:
possibile votare tra due mesi, se tutti sono d’accordo

Bologna - Al bar tabacchi Il Gatto e la Volpe, in via Riva di Reno, nelle salette interne si gioca a carte come tutti i pomeriggi. Da ieri c’è un nuovo insulto per chi sbaglia: «Sei lento come Delbono». Lento alle dimissioni. Perché il sindaco è stato tempestivo nell’annunciarle, senza però formalizzarle. È ancora in carica con tutti i poteri. E i suoi concittadini cominciano davvero a non capirci più nulla.

Il nevischio si posa sui tetti rossi della Dotta ancora sotto choc. In poco più di un’ora, in piazza Maggiore i passanti intabarrati devono guardare bene dove mettono i piedi. Ma stanno attenti anche a come parlano, davanti ai giornalisti si rischia di scivolare come sulla fanghiglia ghiacciata. Dimissioni sì, dimissioni no, è una Babele. «Premesso che con il signor Cazzola e la signora Cracchi non prenderei neppure un caffè offerto, io non mi sarei dimesso, non mi sembrano fatti così gravi». «Era un atto dovuto, cos’altro poteva fare?». «Ha sbagliato, c’è chi si è comportato peggio ed è ancora al suo posto». «È giusto, Delbono sapeva bene quello che aveva fatto, doveva pensarci prima». «È una vergogna che debba lasciare, è un insuccesso per tutti». «Se ha commesso degli errori se ne doveva andare. Però peccato, sembrava una persona perbene». «Mi dispiace, ho votato per lui. Comunque tanto di cappello». «Cosa vuol che pensi, è una cosa che non fa piacere, ma è un gesto positivo, non poteva andare avanti così». «Per il bene della città non doveva dimettersi. Doveva fare di tutto per evitare il vuoto amministrativo. Invece è stato costretto a obbedire al volere del partito per salvaguardare la campagna elettorale per le regionali».

La città è divisa e frastornata. I pareri si sovrappongono. Dopo cinque anni di paralisi cofferatiana, un altro che si è fatto da parte per una donna, nemmeno il berlusconiano più sfegatato avrebbe potuto sperare nelle dimissioni-lampo del pupillo di Romano Prodi. Che ieri ha giurato: «Le mie dimissioni non sono state suggerite da Romano. Il mio peccato originale è stato mischiare vita amministrativa e personale». Adesso i bolognesi si domandano quando metterà la firma sotto la lettera di abbandono. Una firma che ancora non c’è. Anche su questo dettaglio il sindaco-dongiovanni attende ordini di scuderia.

La faccenda è complicata. Se si dimette al buio, da Roma arriva un commissario che resta un anno per l’ordinaria amministrazione poiché in autunno non si può più votare. Sarebbe il colpo di grazia per la già vacillante credibilità del Pd. Ma anche alle forze di opposizione conviene battere il ferro finché è caldo e votare rapidamente. Occorre però intervenire in fretta sulle normative. Per votare il 28 marzo con le regionali, Delbono avrebbe dovuto andarsene entro il 21 gennaio. Il ministro dell’Interno ha detto ieri che è «disponibile a un provvedimento d’urgenza» a patto che abbia «il consenso di tutte le parti politiche». Lo strumento potrebbe essere un decreto legge che faccia slittare di qualche giorno i termini per completare l’iter delle dimissioni.

A parole, il consenso è unanime. Il consiglio comunale lunedì ha votato compatto un ordine del giorno leghista per accelerare al massimo i tempi. «Per noi prima si vota e meglio è», ha ripetuto il giovane segretario del Pd, Andrea De Maria. «Rispetto la sofferta decisione del sindaco e cercherei di fare andare al più presto gli elettori al voto», ha detto il ministro Claudio Scajola. «Bologna deve poter eleggere quanto prima un nuovo sindaco, siamo favorevoli a un provvedimento ad hoc», conferma l’onorevole Silvana Mura, coordinatrice regionale dell’Italia dei valori ed ex assessore con Sergio Cofferati. «Bologna non si può permettere un anno e mezzo di commissariamento», è il convincimento del bolognese Pier Ferdinando Casini.

Al lavoro con Maroni per trovare una via d’uscita è Filippo Berselli, presidente della commissione giustizia del Senato: «Abbinare le comunali alle regionali è difficile ma non impossibile». Il governo dovrebbe approvare entro pochi giorni un decreto che faccia slittare la scadenza del 21 gennaio (per esempio al 31). Il commissario resterebbe due mesi.

Però Delbono deve dare le dimissioni, non solo annunciarle», precisa Berselli. E come mai il sindaco non mette ancora il sigillo dell’ufficialità sulla sua scelta? Evidentemente il via libera del Pd ancora non c’è. Lo si capisce dalle parole del segretario Pier Luigi Bersani: «Il Pd è favorevole a votare presto ma ci sono problemi tecnici e costituzionali da garantire, sono questioni complesse e Maroni lo sa». Insomma, avanti ma con giudizio. L’intoppo riguarda il nome del candidato. In casa Pd sgomitano già in tanti: «mister preferenze» Maurizio Cevenini, l’assessore Luciano Sita, ex patron della Granarolo, e un altro uomo Coop, Maurizio Stefanini, ex presidente di Adriatica ora numero uno di Unipol. Ma si fa avanti anche Di Pietro per lanciare la Mura, forte della primogenitura sulla questione morale.
Ieri mattina Delbono ha presieduto la riunione di giunta, probabilmente l’ultima. Si è scusato con gli assessori per non averli informati in anticipo: lunedì molti hanno saputo delle dimissioni dalle agenzie di stampa. «Ci ha detto che è innocente - racconta l’assessore alla casa Milena Naldi - che tristezza, mi vien da piangere». Non si commuove invece l’assessore allo sport Maurizio Degli Esposti: «Non dico nulla, sarebbe un accanimento terapeutico».

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