DIBATTITO SUL SUD/2 Questo Meridione delle discordie

L'annuncio è di quelli forti e determinati. Sbloccheremo i fondi per il Sud in un piano innovativo, ha detto l'altro giorno Silvio Berlusconi in risposta alle mille pressioni dei deputati meridionali. Una cosa saggia, ma che potrebbe non essere sufficiente perché lo scontro sul Mezzogiorno è solo una faccia della medaglia. C'è infatti un disagio diverso e più profondo tra governo e Parlamento, all'interno dello stesso governo e all'interno del Popolo della libertà. Diversità di opinioni in un grande partito di massa come il Pdl o nella coalizione o tra i ministri non deve far gridare allo scandalo. Ma non è questo il caso di cui parliamo perché nel governo e tra governo e Parlamento sembra sia stato abolito il dialogo e il dibattito tra opinioni diverse. In 15 mesi si è consolidata, infatti, la leadership del ministro dell'Economia su tutto, tanto da rischiare di far talvolta apparire i ministri (chiediamo scusa della provocazione) come semplici sottosegretari all'Economia con delega al Lavoro, all'Ambiente, allo Sviluppo e via dicendo che non ministri a pieno titolo. Fanno eccezione, naturalmente, i ministri leghisti che hanno con Tremonti un rapporto diverso e particolare. Ed è tanto vero ciò che diciamo che quasi mai i ministri conoscono veramente qual è la sostanza dei provvedimenti economici portati in Consiglio da Tremonti. La riprova ultima sta nel fatto davvero singolare che il ministro Prestigiacomo protesti per la sottrazione al suo ministero della competenza sulle centrali nucleari contenuta nel decreto-legge anticrisi approvato, però, in Consiglio con il suo stesso voto. L'unica spiegazione è, per l'appunto, che non l'aveva letto. Spiace dirlo, ma si è consolidata una prassi dell'ipse dixit e questo non è un bene né per il governo, né per la maggioranza e men che meno per il Paese. Ciò che accade dentro il Consiglio puntualmente si ripete nel rapporto parlamentare con una blindatura dei provvedimenti che toglie ai parlamentari della maggioranza finanche il diritto di capire oltre che, naturalmente, il diritto di proporre modifiche, stretti come sono nella tenaglia ormai quotidiana tra decreto-legge e voto di fiducia. Tutto ciò provoca un disagio politico che può trasformarsi rapidamente in ribellismo contro ogni disciplina di partito e di coalizione, come è accaduto in occasione dell'ultimo voto di fiducia che ha visto assenti deputati del Mpa di Lombardo e addirittura di alcuni rappresentanti del governo come Miccichè. In questa cornice si colloca, poi, la questione meridionale, alimentata da un continuo saccheggio, ad esempio, dei fondi per le aree sottoutilizzate che mettono a rischio gli stessi fondi europei e che finisce per nascondere, però, anche la responsabilità propria dei dirigenti politici del Sud rispetto al mancato utilizzo delle risorse già disponibili. Ecco perché non sarà sufficiente stanziare qualche miliardo di euro in più per risolvere una questione che è economica e politica insieme. Quando, ad esempio, nel Pdef gli obiettivi programmatici, quelli cioè che il governo si propone di raggiungere, prevedono nel 2012 e nel 2013 una crescita della nostra economia di appena il 2% l'anno, quale risanamento dei conti pubblici potremo avere e quale sviluppo del Mezzogiorno, ma anche del Centro-Nord potrà esserci se quello è lo sforzo massimo che sapremo produrre e che continuerà a farci essere la cenerentola d'Europa per tasso di crescita? Berlusconi deve sapere che nelle sue mani c'è la chiave per risolvere un problema che non tutti sanno vedere nella sua complessità. Il recupero di una collegialità vera capace di affrontare insieme i nodi di una complessa politica economica e di un Mezzogiorno allo sbando e il ripristino di un rapporto dialettico tra governo e gruppi parlamentari sono l'approdo necessario nel governo e nel partito. La disciplina di gruppo che giustamente si invoca va di pari passo con il diritto di opinione. Senza di esso tutto diventa più complicato e i contrasti saranno destinati a crescere e prima o poi ad esplodere.
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