Il doc su Boetti? Troppa didattica e poca "arte"

Il segreto dell'artista sta nell'eterna giovinezza, nel non subire il logorio dell'invecchiamento e nel rimanere, almeno nella memoria, per sempre giovane.

Il segreto dell'artista sta nell'eterna giovinezza, nel non subire il logorio dell'invecchiamento e nel rimanere, almeno nella memoria, per sempre giovane.

Nel 1994, improvvisamente, Alighiero Boetti scomparve a soli 54 anni. In questi giorni ne avrebbe compiuti 80, come alcuni suoi coetanei dell'Arte Povera ancora in vita e in attività. Lasciare così presto questa terra ne ha alimentato il mito, in particolare dopo la morte è stata avviata una lettura persino agiografica di un personaggio intuitivo e discontinuo, irregolare e rabdomantico, carismatico e distruttivo, figlio dei suoi tempi eppure fortunatamente mai ideologico né verboso. In due parole, «sciamano e showman», come lo definì Anne-Marie Sauzeau, critica d'arte e prima moglie dell'artista, madre dei suoi figli più grandi Agata e Matteo.

Su Sky Arte è in onda da alcuni giorni il documentario dedicato ad Alighiero Boetti, precedentemente trasmesso sui siti web di alcuni tra i più importanti musei italiani Gamec, Bergamo, Castello di Rivoli, MAMbo, Bologna, Centro Pecci, Prato, MAXXI, Roma e Madre, Napoli - che a diverso titolo hanno contribuito a valorizzarne la figura di artista che in vita era considerato eccentrico outsider, penalizzato per essersi distaccato dall'Arte Povera, mentre negli ultimi decenni ha raggiunto quotazioni milionarie sul mercato.

Operazione lodevole, soprattutto per le giovani generazioni, che in questo film diretto da Amedeo Perri e Luca Pivetti ripercorre i tratti salienti di una carriera troppo breve gli anni torinesi, il trasferimento a Roma, le fughe in Afghanistan - e di una poetica che ha anticipato diversi temi attuali, lasciando dietro di sé discepoli ed eredi. Utile e didattico ma poco coinvolgente, come accade per buona parte dei documentari d'arte: poco ritmo, colonna sonora criptica e respingente, narrazione affidata alle testimonianze frammentate, personali e noiose, in cui si avverte la mancanza di una regia che metta ordine. Come Pino, il film dedicato a Pino Pascali trasmesso con successo all'ultimo Torino Film Festival, anche Alighiero Boetti. Sciamano e showman lascia una punta di insoddisfazione, tanta è la preoccupazione di far su una cosa seria che si tralascia l'aspetto dandy, elegante, raffinato di un personaggio su cui la fiction avrebbe potuto lavorare molto meglio.

Insomma, fossimo stati a Hollywood si sarebbe potuto tirar fuori un bel biopic dalla vita breve di Boetti e del suo doppio (tra il nome e il cognome metteva sempre la e congiunzione, a proposito di io diviso). Avrei visto bene un attore alla Matthew McConaughey, con la sua magrezza, la sua spigolosità, le sue alterazioni, nel ruolo di un artista così cinematografico. Si sarebbero potute raccontare tante cose, magari inventandole e Boetti di sicuro ne sarebbe stato felice. Ci accontentiamo, ancora una volta, di un prodotto certo sufficiente e istruttivo, ma che non morde e non appassiona.

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