Con Draghi alla Bce l’Europa che conta sceglie il made in Italy

La proposta del Wall Street Journal di nominare Mario Draghi a governatore della Banca centrale europea, come successore di Jean-Claude Trichet il cui mandato è in scadenza è, certamente, un segno concreto del riconoscimento della sua competenza, che come scrive il quotidiano economico americano, travalica i confini nazionali. La sua competenza è conosciuta e apprezzata nelle sedi monetarie e bancarie mondiali. Ed egli come presidente del Financial stability board sta lavorando molto bene per le regole sulle banche, per prevenire le nuove crisi, con una mediazione fra chi vorrebbe molte regole e chi non ne vorrebbe quasi nessuna. Ma questa indicazione è anche un riconoscimento tangibile del fatto che l’Italia è un paese rispettato internazionalmente, per le sue istituzioni e per i suoi successi in campo economico, che, viceversa, vengono spesso bistrattati dalla nostra sinistra, che conserva ancora nelle sue viscere due elementi di anti italianità. Quelli della Chiesa Cattolica dopo la breccia di Porta Pia e prima del Concordato e quella dell’ex Pci la cui patria ideale era a Mosca, nel mondo sovietico.
Alcuni giornali europei come l’Economist e il Financial Times sparlano dell’Italia anche per motivi di bottega, cioè di gelosia verso il ruolo crescente del made in Italy e verso le nostre imprese energetiche (Eni ed Enel) e del settore difesa (Finmeccanica) che spesso battono le loro nella competizione internazionale. Ma non è mai accaduto che si possa sponsorizzare al governo della Banca centrale europea il governatore della Banca centrale di uno Stato membro non serio. Quindi questo giudizio su Draghi è anche un giudizio positivo sull’Italia. Del resto basta ricordare che per la ristrutturazione della Chrysler che è l’icona dell’industria americana dell’auto è stata scelta la Fiat, non per i soldi (ne ha ben pochi) ma per la tecnologia. E il controverso elicottero presidenziale super sicuro scelto da Bush, che Obama non sa se accettare o no perché molto costoso, è dell’Augusta che li fabbrica vicino a Busto Arsizio, non in Germania o in Francia o in Inghilterra. E mercoledì, mentre prendevo un Frecciarossa da Roma a Milano, ho visto uno strano (ma non tanto) signore americano, che ci saliva con me e che sul suo cappello, assieme a una decorazione militare, si era appiccicato, proprio al centro, uno stemma della Ferrari, col cavallino rampante. Sino ad ora abbiamo avuto al vertice della Bce solo due eminenti figure: l’olandese Duisenberg, che era in realtà la creatura della Bundesbank tedesca (Buba, nel gergo corrente) la più importante nel sistema delle banche centrali dell’euro: e, successivamente, Jean-Claude Trichet, il numero uno della finanza bancaria francese, con una provenienza dalla prestigiosa amministrazione del Tesoro del governo francese. Il curricolo di Mario Draghi è molto simile a quello di Trichet perché anche Draghi ha avuto, nella prima parte della carriera, un incarico al ministero del Tesoro. E ciò sottolinea, ovviamente, la credibilità delle due istituzioni, il ministero del Tesoro francese ma anche il ministero del Tesoro italiano. Occorre ricordare per gli immemori che la carriera di Mario Draghi ebbe inizio al Tesoro come consulente del ministro Giovanni Goria, durante la prima Repubblica. E che egli divenne direttore generale del Tesoro nel 2001. E che ha collaborato in prima fila con i governi dell’Italia di allora nella politica fiscale con cui siamo potuti entrare sin dall’inizio nell’Unione europea. D’altra parte c’è un altro aspetto interessante nella carriera di Draghi. La sua origine non è nella pubblica amministrazione, ma nella carriera universitaria. È un brillante allievo di Federico Caffè nella facoltà di Economia dell’università di Roma La Sapienza, che ha, data la sua competenza, molto presto una cattedra di economia all’Università di Firenze, poi lasciata per andare al Tesoro, ove è stato chiamato.
Occorre dunque fare anche una riflessione, che giro al ministro Gelmini, sulla qualità delle nostre istituzioni universitarie, come la facoltà di economia della Sapienza ove io sono professore. Che, nel campo economico (ma non solo) non hanno nulla da invidiare a quelle americane, inglesi o tedesche.
La parte più importante della riflessione sulla candidatura internazionale di Draghi alla Bce si riferisce però al suo lavoro al ministero del Tesoro come autore del testo della legge del 1992 (che nel linguaggio corrente si chiama in effetti Legge Draghi) che riguarda la regolamentazione dei mercati finanziari italiani. Questa legge è fra le migliori a livello internazionale. Grande credibilità non solo a Draghi che la ha formulata ma anche ai nostri mercati finanziari. E ciò si è potuto vedere anche nel più recente periodo di crisi della finanza mondiale. Non bisogna poi dimenticare il buon lavoro fatto da Draghi alla Banca d’Italia quando vi fu nominato da Tremonti nel 2005 dopo le dimissioni forzate di Antonio Fazio che aveva favorito (a quanto pare, ma è materia di giudizio del Tribunale di Milano) la scalata ad Antonveneta della Banca popolare italiana e alla Banca nazionale del lavoro da parte di Unipol, della Lega delle Coop. Ci sono, nella carriera di Draghi, aspetti opinabili: perché come fautore dell’economia di mercato, a volte, ha dato l’impressione di favorire troppo certi gruppi internazionali, che, forse, perciò, gli sono riconoscenti. Ma la finanza è cinica. La riconoscenza, in questi settori, è un optional, un gadget in più. Ciò che conta sono i fatti e le competenze. E questi raccontano due cose. Che l’Italia è stimata e che i suoi personaggi di spicco sono molto considerati.

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