E per le coetanee di Sanaa è colpa sua

MilanoLa colpa? È di tutti, tranne che del padre e del suo Islam. È dell’Italia, della violenza sociale, del consumismo. E ovviamente è anche sua, di Sanaa, la diciottenne di origine marocchina sgozzata da chi l’ha messa al mondo solo perché si era fidanzata con un ragazzo italiano e non musulmano.
I giovani di religione islamica che vivono in Italia, i coetanei di Sanaa, accusano la ragazza («ha sbagliato lei»), giustificano l’omicidio («il padre avrà avuto le sue buone ragioni»), o nella migliore delle ipotesi di questa faccenda insanguinata si lavano le mani: «Ognuno fa quel che vuole». La pensa così Mohammed, 22 anni, da 5 a Milano, che ieri ha frequentato il primo giorno di una scuola professionale in centro, intenzionato a trovare un lavoro e stabilirsi qui: «Che ne penso? Non penso niente, ognuno fa quel che vuole, anche il padre. Avrà avuto le sue ragioni». Scarpe da ginnastica gialle e documenti in mano, Mohammed è convinto che una qualche ragione ci fosse, in quella esecuzione: «Non conosco la storia, e non mi fido di quello che dice la tv». L’amico, più giovane, annuisce soddisfatto.
Rasha è più grande, e da un anno porta il velo. Lei non è d’accordo: «Niente giustifica l’uccisione di quella ragazza», però «il padre non è riuscito a educarla secondo la sua volontà», che era di vederla insieme a un musulmano. Un’unione più naturale: «Io mi troverei male - pensa Rasha - con un ragazzo che ha lingua, cultura e religione diversa dalla mia. Comunque conosco anche un’italiana massacrata di botte perché amava un musulmano». Anche per la sorella minore, 20 anni, «è questione di compatibilità»: «Sarebbe più facile con un ragazzo musulmano come me, a cavallo fra due mondi».
Velo color crema a coprire i capelli, una donna giovanissima passa davanti a una scuola superiore della zona Padova-Palmanova, ad alto tasso di immigrazione. Potrebbe essere una studentessa, forse è una mamma. Mette una mano davanti alla bocca. «Non posso parlare», o «non so parlare italiano». Nella zona nord della città due ragazzine di 16 anni sfoggiano un velo colorato, impreziosito da collane e da un filo di trucco: «Ha sbagliato la ragazza - è convinta la prima - anche se il padre è stato un po’ troppo violento». L’altra sorride: «Beh, un po’ violento...», e sottolinea l’eufemismo. «Però lei ha fatto cose che non doveva fare». «Noi possiamo truccarci, ma non togliere il velo. È Dio che ci obbliga. E possiamo non sposare un cristiano, a meno che non diventi musulmano».
Dentro il cortile di una scuola di porta Romana un egiziano di 25 anni punta l’indice sulla tempia e lo gira per mimare: «Il padre è un pazzo», la sua condanna. La follia. Sarebbe una spiegazione. Non è molto diversa da quella addotta dal leader della moschea di viale Jenner. Cita la madre che ha chiuso la figlia in lavatrice: «C’entra per caso il Cristianesimo?» chiede Abdel Shaari. Un’altra spiegazione ancora è la follia prodotta da «una società ormai in piena crisi di valori ed identità». È questa la versione ufficiale dei Giovani musulmani: «I casi Franzoni, quelli di Omar ed Erika, la storia di Hina, uccisa dal padre» e altri ancora, per loro «sono prova evidente di una deriva sempre più pericolosa verso cui tende la nostra società», e «un mondo sempre più materialista e consumistico».

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