E ora salviamo le sorelline di Sanaa

PAURA In questo caso c’è anche il tipico atteggiamento succube di alcune donne

Non deve purtroppo sorprendere il comportamento della madre di Sanaa, la ragazza marocchina 18enne uccisa a coltellate dal padre a Montereale Valcellina, in provincia di Pordenone, perché colpevole di essersi innamorata di un italiano, di un cristiano, di un infedele. E di essere fuggita dalla sua casa, di aver abbandonato il tetto familiare per andare a vivere con quest’uomo, di tredici anni più grande e, soprattutto, di un’altra fede religiosa. Non deve stupire che questa madre musulmana si sia schierata a fianco del marito: non soltanto ha detto di averlo perdonato, ma si è allineata a lui quando ha ammesso che forse la figlia ha sbagliato.
Casi come questi, purtroppo, sono frequenti anche in Italia e per fortuna non sempre sfociano nella tragedia. Madri e mogli reagiscono così per paura. Perché, a loro volta, sono vittime della violenza, più psicologica che fisica, del marito-padre-padrone. E qui non si tratta di italiani o stranieri, della tal o tal’altra cultura o religione. Qui si tratta di terrore e orrore quotidiano, frutto di maltrattamenti, brutalità, soprusi e angherie perpetrate all’interno delle mura domestiche. Di una violenza psicologica quotidiana che invade e si stratifica nell’anima fino a far morire i sentimenti e la ragione.
Le donne-madri-mogli che proteggono l’aguzzino, in questo caso diventato persino assassino, lo fanno perché vivono in un inferno familiare, prigioniere di un incubo che si replica giorno dopo giorno. Sono le prede indifese di un marito violento. Agiscono in sua difesa per una sorta di istinto di sopravvivenza. Per non mettere a repentaglio la loro stessa vita. Sempre per paura preferiscono subire, piuttosto che ribellarsi, non trovano il coraggio di dire basta. Scartano perfino la strada della separazione, in quanto temono che la violenza cacciata dalla porta rientri dalla finestra e si trasformi in persecuzione. Sovente hanno ragione. Non si sentono in alcun modo né protette né tutelate. Quest’angoscia radicata nel tempo le rende non solo vulnerabili psicologicamente, ma toglie loro anche fiducia nelle istituzioni e nella legge. Fa loro disperdere il senso profondo della maternità.
Nel caso specifico della madre di Sanaa, dopo le sue dichiarazioni che perdonano il gesto orrendo del marito e accusano la figlia di aver sbagliato, se fossi io il pubblico ministero non esiterei a considerarla in un certo senso colpevole, la indagherei per complicità, o per favoreggiamento nei confronti del marito. Perché questa donna non poteva non sapere, non poteva non immaginare che il marito avesse questo disegno mostruoso in testa, non poteva non sapere che il padre di sua figlia premeditava questo atroce delitto d’onore, maturato nell’incomprensione, nell’ignoranza dell’islam radicale.
Ma di sicuro, se questo fosse lo scenario e io stavolta fossi il legale di questa madre, costruirei la sua linea difensiva sostenendo la tesi che è lei vittima di uno stato psicologico patologico, che di conseguenza non è in grado di intendere e volere, perché completamente plagiata dalla violenza del marito.
A questa analisi però non deve mancare un corollario. Leggendo la cronaca, emerge il ritratto di una donna profondamente radicata nelle sue convinzioni religiose, chiusa nel suo tradizionalismo, fortemente influenzata da un islam integralista, forse ancora più del marito. Tanto che ieri in tv il fidanzato italiano ha confermato che Sanaa considerava la madre «ancora più ferma di suo padre».
Dunque non si può sottovalutare il fatto che la donna è anche madre di altre due bambine. Allora, se il quadro familiare è questo, il tribunale per i minori dovrebbe agire d’ufficio, cioè toglierle le due sorelline di Sanaa e darle in affidamento a una comunità. Protette ed educate a vivere nel rispetto dei diritti più elementari. Come crescerebbero infatti le due piccole in questo truce contesto familiare? Con quali pregiudizi? Con quale idea di libertà? Con quale paura di vivere? Occorre ammettere che una madre che si comporta così non è in grado di proteggere le due sorelline di Sanaa, così come non è stata capace o non ha voluto proteggere la figlia maggiore. Quantomeno se vuole continuare a vivere in Italia.
Questa moglie, succuba totalmente del marito-padrone, non ha trovato la forza e l’eroismo materno di ribellarsi, di tentare una mediazione per levare la ruggine nei rapporti fra il padre e la figlia, non ha cercato di riannodare una relazione stracciata conclusasi nel sangue di questo terribile delitto. Non ha saputo fare la madre, che dà la vita e combatte fino alla propria morte pur di salvare i figli.

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