Ecco il cabaret «postmoderno» che Casentino dedica alla Luna

Forse l’approdo dell’uomo sulla luna c’entra poco. Forse la notte del 20 luglio ’69 è solo un preteso. Fatto è però che Primi passi sulla luna di e con Andrea Casentino è uno spettacolo lunare. Ovverosia: sghembo, altalenante, umorale, straniante, persino malinconico. Di quella malinconia agrodolce che mescola sogno e realtà, Storia e vicenda personale, innaffiando con umorismo le associazioni più stravaganti. Un cabaret postmoderno, insomma, dove l’estroso artista abruzzese (ormai da tempo stabilitosi a Roma) verifica con coraggioso spirito di ricerca lo stile drammaturgico e recitativo già profuso nei precedenti L’asino albino, Angelica, Antò le Momò per scoprirne ancora di più i nervi. Per spingere il teatro alla soglia del non teatro. Per tradurre in linguaggio attuale quella libertà inventiva propria del Dadaismo e, perché no, di un certo Futurismo non convenzionale. Ecco allora che, vezzose antenne in testa, lo sprovveduto viterbese che apre la pièce non può che rappresentare un alter ego dello stesso atto/autore: il teatro rovesciato nella beffa, quasi a volersi prendere gioco di sé, come da lì a poco l’energico performer si prenderà gioco della sua morte, in un ironico epitaffio commemorativo teso a regalarsi uno scampolo di celebrità metateatrale.
E se questa cornice sembra avulsa dal nocciolo del monologo, a ben vedere non lo è affatto, perché qui il vero nocciolo sta proprio nel collegare suggestioni, vissuti, ricordi, citazioni apparentemente scollegati. La luna, infatti, è tutto e niente. È un mondo infantile che emana dalla biografia stessa di Cosentino. È una Pimpa confusa al cospetto di due lune. È una Barbie astronauta in bilico tra mondo ludico e progresso tecnologico. È, soprattutto, il dubbio che le cose non siano andate come sappiamo essere andate. O meglio, il dubbio che niente in fondo vada secondo un senso. Salvo poi accorgersi che è proprio il non-senso a reggere questo cumulo di «divagazioni provvisorie per uno spettacolo postumo» che ci sono parse tanto significative e fantasiose da acquisire un senso tutto loro. Passando per il dolore personale di Cosentino padre e figlio. Passando per l’immaginario visionario di un regista geniale come Stanley Kubrick (ovviamente il riferimento va a 2001 Odissea nello spazio). Passando per la recita «epica» di un attore che non recita. Passando per la molle consistenza di un Barbapapà trasformabile in tutto e capace - siamo all’epilogo - di indicarci la strada della cautela, del risibile, dell’antitragico. Facendoci sorridere di una confessione stralunata alla luna che, in definitiva, sa di disincanto e quasi di leopardiana memoria.
Al teatro Argot fino a domenica 24. Info: 06/5898111.
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