Politica

Ecco le case che il rogo ha trasformato in un museo di cenere

nostro inviato a Viareggio (Lucca)

Un cancello enorme divelto e riverso per strada, l’asfalto fuso coperto di calcinacci e macerie, portoni bruciati, cancelli aperti e anneriti dal fuoco e dal fumo, citofoni sciolti come cera. Le case di via Ponchielli, a Viareggio, portano i segni del devastante fuoco assassino che l’altra notte si è portato via 17 vite, la maggior parte proprio in questa piccola strada. Qualcuno sorpreso mentre cercava di scappare, come la coppia trovata dai soccorritori carbonizzata per terra, appena fuori dal cancello del loro condominio. Dentro, oltre il cancello, una bici con le gomme fuse è ancora appoggiata alla parete dove il proprietario l’aveva lasciata. Ma in questa strada fantasma tutto ora è immobile, inanimato, congelato. Un museo del dolore. Sui muri delle case, sporchi di nero fumo, i codici lasciati con lo spray dai pompieri. Su molti degli edifici si legge Sp 0, un modo asettico per dire che nessun sopravvissuto è stato rinvenuto all’interno. Dietro ai vetri spaccati e sciolti dai picchi di calore provocati dalla combustione del gpl, dietro alle porte lasciate aperte cercando una via di fuga, ecco il ricordo di vite normali, spazzate via in pochi secondi lunedì notte. Una finestra al piano terra, sfondata dall’esplosione e buttata del tutto giù dai soccorritori, rivela la surreale normalità di un soggiorno. Un tavolo, le sedie intorno, una credenza addossata alla parete, un divano, quel che resta di una tv. Su tutto la mano del fuoco, che ha bruciacchiato gli angoli dei mobili, ha annerito i tessuti e le pareti, ha squagliato i soprammobili e le plastiche. La parete nel corridoio ha mille piccole bolle che la fanno apparire butterata, e all’ingresso il contatore dell’Enel sembra l’orologio molle di Dalì. Di una cassettiera in ferro e pvc troppo vicina all’esterno resta solo lo scheletro, e la fuliggine rende impossibile decifrare le scritte sulla lavagnetta ancora appesa alla parete, in cucina, tra frigorifero e lavandino. C’è pure un calendario, di carta, con la pubblicità di un supermercato, increspato dal calore e ingiallito ma ancora integro. Di fronte, dall’altra parte della strada, le finestre sfondate rivelano una sala riunioni: poltrone verdi e, nella stanza a fianco, scaffali pieni di libri di diritto. È uno studio legale, probabilmente, e proprio qui, dove a mezzanotte non c’era nessuno, sembra che le fiamme siano state più clementi. Non è andata sempre così. Nel palazzo crollato in fondo alla strada a ricordare la normalità ci sono soltanto le piastrelle da bagno, beige, che decorano un angolo ora esposto alla luce del sole. E la casetta accanto più che pericolante è una scatola vuota, senza più nulla, e più nessuno, all’interno. Sembra non esserci una logica nel cammino di distruzione del muro di fuoco. Una casa è ridotta in cenere, quella accanto sembra solo un po’ annerita. Eppure anche nelle abitazioni dove gli oggetti ancora raccontano il “prima”, l’incendio ha tagliato via vite e affetti. Un altro portone socchiuso, un pavimento coperto di macerie carbonizzate, una scatola di latta e dentro un portachiavi di spugna, un periodico, una penna. Al piano di sopra c’è la camera da letto, e negli armadi, appesi alle grucce, i vestiti di quanti abitavano qui e non hanno fatto in tempo a mettere in salvo il guardaroba, e forse nemmeno se stessi. In bagno, sulla mensola, un pettine e gli spazzolini. Nell’aria, dappertutto, puzza di bruciato e d’umido. Un'altra finestra si affaccia su una stanza, occupata da un letto matrimoniale, ancora coperto dal copriletto di cotone rosa, punteggiato di fuliggine nera, come anche il pavimento e qualsiasi cosa nella stanza. Qui, se c’era qualcuno, di certo non stava dormendo. Chissà se è bastato a salvargli la pelle.

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