- “Non dobbiamo fare difese corporative e ci assumiamo le nostre responsabilità quando sbagliamo. Saremo rigorosissimi nei confronti di chi si è macchiato di questi gravi delitti, come confermano le attività”, ha detto Bruno Megale, questore di Milano sul caso di Rogoredo. “Noi abbiamo gli anticorpi per far fronte a questo tipo di problematiche che purtroppo possono emergere nel corso delle attività. Faremo delle riflessioni di carattere generale, abbiamo già avviato anche un’attività ispettiva per vedere se ci sono stati dei vulnus e degli errori in passato e cercare di rimediare — ha aggiunto —. Va da sé che noi siamo in grado di contrastare le mele marce che sono al nostro interno e, in questo caso, da tutti gli elementi che abbiamo, siamo di fronte a un caso di questo tipo”. E ancora: “Non facciamo alcuno sconto a nessuno perché ne va del buon nome della polizia e delle migliaia di persone che io sono qui a tutelare e che quotidianamente danno il loro contributo alle istituzioni. Se la gente ci attribuisce grande consenso è anche per la capacità che abbiamo al nostro interno di essere autocritici”. Meglio di così, era difficile.
- Mi prendo la briga di sostenere un ordine del giorno della Lega che chiede di rendere strutturale il limite dei 35mila euro per i dipendenti che, svolgendo anche un altro lavoro, possono così accedere alla flat tax per la partita IVA. Cosa buona e giusta.
- Domani inizia Sanremo, ma devo dirlo: si respira un’aria diversa rispetto agli altri anni. E la colpa non è di Carlo Conti né della presenza o meno di Giorgia Meloni all’Ariston. Il problema sono le Olimpiadi. Perché i telespettatori, lo dicono i numeri, si sono fatti una scorpacciata di televisione ed eventi, dal curling al pattinaggio, dall’hockey al bob, che ora si percepisce un po’ meno desiderio per l’evento dell’anno. Vedremo se riuscirà a tenere incollate così tante persone alla tv come l’anno scorso.
- Bisogna saper ammettere i propri errori? Sì. E sul caso del poliziotto di Rogoredo, oggi arrestato per la morte di Mansouri, eravamo stati tra quelli che avevano storto il naso di fronte all’indagine per omicidio volontario. Però di base a un poliziotto che dice di essersi difeso si finisce col credere, altrimenti verrebbe meno ogni valore giuridico di ogni singolo verbale redatto dalle forze dell’ordine. E poi, fatto salvo il principio di presunzione di innocenza — visto che “alterare la scena del crimine” non vuol dire automaticamente aver ammazzato un pusher per chissà quale traffico — chi potrebbe anche solo immaginare che un agente possa attendere 23 minuti per chiamare i soccorsi, pur sapendo che la scientifica farà i confronti; mandare un collega a prendere una borsa, sperando in una complicità impossibile di fronte al tribunale; e piazzare una pistola a salve sulla scena del crimine, peraltro senza preoccuparsi di farla impugnare alla vittima, che infatti non ci ha lasciato alcun Dna? Qui la realtà supera la fantasia. E nessuno poteva pensare che, dopo i casi Cucchi e Aldrovandi, potesse esserci ancora un agente convinto di poter insabbiare chissà cosa. Se uno pensa di farla franca in quel modo, o è pazzo, o disperato o cretino. Gli elementi a conoscenza sono cambiati e così, in attesa del processo che va ancora celebrato, cambiano anche le nostre considerazioni.
- Però ci sono due principi sacrosanti che restano. Il primo è che, se un poliziotto viene minacciato con un’arma, che sia un coltello o una pistola a salve o una vera, ha il diritto di sparare. Il secondo è che, con ogni evidenza, la polizia è stata in grado di attivare i propri anticorpi.
Di indagare un proprio collega. Un “fratello di giubba”. Con professionalità.- “Non facciamo alcuno sconto a nessuno perché ne va del buon nome della polizia”, ha detto il questore di Milano. Impossibile non essere d’accordo.