Ecco le gabbie salariali: in Europa ci sono già

Vivere a Oslo con lo stipendio di un lavoratore di Mumbai? Altamente sconsigliabile: nella città più cara del mondo, non arrivereste certo a fine mese potendo disporre della busta paga più magra del pianeta. Ma senza estremizzare, è sufficiente uno sguardo all’Europa per accorgersi di quanto siano marcate le differenze sotto il profilo retributivo tra i vari Paesi, tali da costituire delle vere e proprie «gabbie salariali» in grado di condizionare il potere d’acquisto e di spiegare anche i numerosi processi di delocalizzazione produttiva in atto.
È uno studio di Ubs su «Prezzi e salari 2009» a rivelare che in media i redditi dei lavoratori dipendenti nelle metropoli dell’Europa occidentale sono oltre tre volte superiori a quelli dei colleghi dell’Europa orientale. Neppure l’adesione all’euro ha contribuito ad assorbire, almeno in parte, le differenze in termini di guadagni: i salari percepiti a Sofia (Bulgaria) e a Bucarest (Romania) restano equiparabili a quelli dei lavoratori colombiani e thailandesi. Il Vecchio continente è insomma sostanzialmente spaccato in due, come ai tempi della Cortina di ferro. Un esempio? Un maestro di una scuola elementare dell’Occidente guadagna in media 32.480 dollari l’anno, contro gli appena 7.180 dollari di un insegnante di pari livello dell’Est.
Queste disparità di trattamento risultano ancora più evidenti allargando lo spettro dell’analisi all’intero pianeta: Zurigo, Ginevra, New York, Copenaghen e Oslo rappresentano la top five delle città in cui gli stipendi sono i più alti, mentre Milano occupa la 26ª posizione e Roma la trentesima. In fondo alla classifica, sprofondano Manila, Giakarta e Mumbai. Le retribuzioni non sono però una spia assoluta di benessere. È infatti meglio utilizzare un indicatore come il potere d’acquisto, cioè rapportare gli stipendi ai prezzi al consumo. Ubs ha per anni usato come parametro-chiave, per quanto non convenzionale, le ore necessarie ad acquistare un classico Big Mac, uguale a Stoccolma come a Pechino, a Lisbona come a Caracas. In base alla media globale, un lavoratore dipendente guadagna quanto basta per poter addentare il panino dopo 37 minuti di attività; dodici appena ne servono a un lavoratore di Chicago contro i 27 di un milanese e di un romano, mentre il piatto simbolo di McDonald’s costa a Nairobi ben 158 ore di lavoro.
Ma i tempi cambiano, e così Ubs ha inserito anche l’iPod (un Nano da 8gb) nel paniere. In base alla ricerca, i lavoratori di Zurigo e di New York possono permettersi il lettore mp3 della Apple dopo appena 9 ore di attività. I milanesi sono costretti a uno sforzo maggiore (26° posto con 16 ore), i romani (38esimi) devono invece dedicare 23 ore. In fondo alla classifica Mumbai, dove occorrono 20 giorni di lavoro e, probabilmente, l’iPod non è proprio in cima alla lista degli oggetti del desiderio. A un maggior numero di ore lavorate non corrisponde comunque una retribuzione più alta. I lavoratori di Lione e di Parigi possono contare sugli orari più corti (rispettivamente 1.582 e 1.594 ore lavorate l’anno), ma hanno certo buste paga superiori rispetto a quelli del Cairo (2.373 ore), di Seul (2.312 ore) o di Sofia, dove si sfiorano le 2mila ore.
Sempre dalla ricerca si evince che Copenaghen, Zurigo, Ginevra e New York sono le città più care al mondo, ma anche quelle con i salari lordi più elevati. Meno fortunati gli abitanti di Oslo e Tokyo che sono ai vertici della classifica come costo della vita, ma non come livelli di salario. Londra, nel 2006 ancora la seconda città più cara dello studio, è scesa di circa 20 posizioni a causa della svalutazione della sterlina e al momento si trova a metà della classifica dei Paesi dell’Europa occidentale. Inoltre i prezzi di Londra sono aumentati del 21%, spingendo la metropoli inglese dalla ventunesima alla quinta posizione della classifica mondiale. Se si prendono in considerazione anche gli affitti, la vita è particolarmente cara a New York, Oslo, Ginevra e Tokyo. Quanto all’Italia, Roma è la diciassettesima città più cara del mondo, Milano è la trentesima.

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