Ecco i giudici scesi in campo contro il "governo illiberale"

Quindici anni di scontro: la maggioranza dei magistrati, quando abbandona la carriera entra in politica, e sceglie spesso la sinistra

Roma - Fedele all’assioma che il magistrato debba apparire, oltre che essere, terzo ed imparziale, c’è un manipolo di toghe che è solito usare il bilancino quando deve dire la propria su politica e potere. Non inganni che la maggior parte dei giudici, una volta deciso di appendere la toga al chiodo per entrare in Parlamento, scelga poltrone di sinistra (Di Pietro, De Magistris, Violante, D’Ambrosio, Finocchiaro, Casson ecc...). Né che esiste una corrente di giudici (Magistratura democratica) che ha scritto di recente: «Le elezioni... hanno sancito l’egemonia di forze politiche e culturali estranee od ostili al progetto egualitario ed emancipatore della Costituzione del 1948»; o che «La riedizione, ostentata e rivendicata, della pratica delle leggi ad personam... sta determinando lo stravolgimento della funzione legislativa»; o ancora: «Ad essere vincente non è (solo) un “grande comunicatore” beneficiato da reti televisive discutibilmente possedute: è, ben più in profondità, una cultura i cui riferimenti sono la disuguaglianza, la competizione, la divisione... in ricchi e poveri.

Si tratta di una cultura diffusa, costruita nei decenni, da cui non ci si libererà nei tempi brevi». Faziosi? No, è solo una sensazione. Non lo è affatto Armando Spataro, procuratore aggiunto di Milano, pezzo grosso dell’Anm, chiamato da Borrelli a sostituire Di Pietro del pool Mani pulite. Si parla di inappellabilità? «È inutile e sbagliata»; di riforma della giustizia? «Logica aziendale»; di intercettazioni? «Assurdità, idee balzane». Non lo è neppure Antonio Ingroia, procuratore aggiunto a Palermo ma anche comiziante alle manifestazioni dell’Italia dei valori. È soltanto una coincidenza che abbia condannato senza appello il processo breve: «Medicine peggiori del male» e il disegno di legge sulle intercettazioni: «Una pietra tombale sulla modalità d’indagine principale degli ultimi anni». Lui, assieme al collega Roberto Scarpinato, aveva pure partecipato a un forum organizzato dal giornale manettaro Il Fatto Quotidiano di Travaglio ma era solo un caso: nessuna presa di posizione politica.

Come casuale era l’accorata adesione ai social forum da parte di Nicoletta Gandus, anche lei pezzo grosso di Md, autrice di acide reprimenda contro il governo Berlusconi, accusato di «devastare il nostro sistema giustizia». Chiedeva quindi l’abrogazione immediata di lodo Schifani, legge Cirami, legge ex Cirielli, falso in bilancio, legge Pecorella. Misurata anche in politica estera: «Esprimiamo la nostra ferma condanna della politica di repressione violenta e di blocco economico - scriveva - messa in atto dal governo israeliano nei confronti della popolazione palestinese» e sui temi etici: «In questo apostolato scorgiamo, con preoccupazione, vene di integralismo e di contrapposizione ad altri integralismi». Senza alcun dubbio è ed appare terzo e imparziale pure il magistrato partenopeo Nicola Quatrano, autore del romanzo «La verità è un cane», finito anche nel mirino del Csm perché dal suo computer partì una mail firmata Brigate rosse. «Ma va là - si difese - quella roba l’ha scritta mio figlio di 12 anni...». Beccato alla manifestazione no global di Napoli, invece, aveva ribattuto così: «Beh, prima di essere magistrato sono padre e cittadino. E in piazza con i miei figli ho visto massacrare ragazzini di 16 anni». Toghe rosse? Meglio dire «Toghe rotte», titolo di un libro (prefazione di Marco Travaglio) di Bruno Tinti, ex procuratore aggiunto a Torino che quando ancora indossava la toga diceva che «La giustizia italiana è programmata per non funzionare, perché la nostra classe politica non intende sottoporsi al controllo di legalità». Ora scrive sul travagliesco Fatto Quotidiano, di cui possiede alcune quote.

Sempre misurato anche il procuratore aggiunto di Milano Alfredo Robledo, quello che rispondeva a Berlusconi: «Toghe rosse? Sì, ma per il sangue versato». Così come il collega milanese Fabio De Pasquale che ha definito il lodo Alfano «criminogeno» e il presidente del Tribunale dei minorenni di Genova Adriano Sansa secondo cui «il governo è indegno di affrontare il tema della giustizia, anche dal punto di vista tecnico. C’è un disegno illiberale per ridurre l’indipendenza dei giudici».

Impossibile stabilire quali siano le simpatie politiche anche del pm aggiunto di Napoli e poi procuratore a Nola, Paolo Mancuso, membro di Md. Lui, chiacchierato per presunti contatti con la criminalità organizzata (il Csm archiviò tutto ndr), guidò la rivolta contro l’ex procuratore partenopeo Agostino Cordova che voleva far luce sulle giunte di sinistra di Bassolino. No, il Mancuso consigliere comunale di Sinistra per Bologna, ex assessore della giunta Cofferati, è un altro: si chiama Libero, è un’ex toga e di Paolo è soltanto il fratello.

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