A Palazzo Reale è arrivata la rivoluzione della macchia. In un percorso espositivo di oltre cento opere, la mostra I Macchiaioli (fino al 14 giugno) racconta, in una delle più complete retrospettive mai dedicate al movimento nel nostro Paese, uno dei momenti più affascinanti della pittura dell'Ottocento, espressione degli ideali del Risorgimento. "L'aspetto più interessante? Liberare i Macchiaioli dalla loro cornice regionale. Non furono un manipolo di pittori toscani, ma un gruppo che influenzò le arti a venire", ci dice Fernando Mazzocca, tra i più autorevoli esperti del movimento, che con Francesca Dini ed Elisabetta Matteucci ha curato la mostra prodotta da Palazzo Reale, 24 ORE Cultura e Civita.
Scandita in nove sezioni valorizzate da un allestimento arioso, l'esposizione parte dal 1848 e dai moti risorgimentali che risvegliano gli animi di quei giovani artisti che amano ritrovarsi al Caffè Michelangelo di Firenze per provare, attraverso l'arte, a cambiare il mondo. È una mostra corale: Giovanni Fattori, Telemaco Signorini, Silvestro Lega, Vincenzo Cabianca e Odoardo Borrani (solo per citare i più noti) hanno indoli e stili diversi, ma condividono la voglia di stravolgere le regole dell'accademia per diventare gli interpreti di un'Italia che sta nascendo. Nelle prime sezioni troviamo le loro opere a confronto con quelle più classiche del tempo e apprendiamo presto che i Macchiaioli non sono solo abili con la tavolozza, ma anche con le armi: Signorini, ad esempio, si arruola al fronte durante la Seconda guerra d'indipendenza. C'è un modo tutto "macchiaiolo" di dipingere il conflitto: Fattori, nel suo celebre "Il campo italiano dopo la battaglia di Magenta", mette al centro della scena le suore di carità che curano i feriti, non i vincitori. I Macchiaioli, così battezzati per disprezzo da un recensore della Gazzetta del Popolo, si fanno notare durante l'Esposizione Nazionale di Firenze del 1861 per quel loro stile costruito su macchie di colore e ombre, il solo, a loro dire, capace di ritrarre la "verità" delle cose. La seconda parte della mostra si snoda in diversi filoni narrativi: ampio spazio è dato al rapporto tra gli artisti e l'amato paesaggio toscano (furono tra i primi, insieme agli Impressionisti, a portare il cavalletto fuori dallo studio). Notevole anche la sezione dedicata ai ritratti e alla dinamica degli affetti domestici: Il dopopranzo di Lega, in prestito da Brera, è tra i capolavori assoluti esposti. La parabola macchiaiola si chiude idealmente nel 1872 con la morte di Mazzini (struggente il suo ritratto sul letto di morte firmato da Lega): il sogno risorgimentale è sfumato, ma la forza della macchia lascerà un segno nella storia dell'arte. Non solo: Luchino Visconti si è ispirato proprio a questa pittura per i suoi capolavori cinematografici "Senso" e "Il Gattopardo". La mostra si chiude con la sensuale "Toeletta del mattino" di Signorini.
Il dipinto, appartenuto alla collezione di Arturo Toscanini, testimonia il ruolo fondamentale che i collezionisti milanesi ebbero, a partire dagli anni Trenta del Novecento, nel rilanciare la fortuna dei "pittori della macchia", vera avanguardia dell'Ottocento.