Ecco perché ho deciso di violare il silenzio elettorale

«Esterina, i vent’anni ti minacciano, grigiorosea nube / che a poco a poco in sé ti chiude. / Ciò intendi e non paventi... / Ti guardiamo noi, della razza / di chi rimane a terra». Il precedente più memorabile del nome Esterino è al femminile: una circostanza non insignificante per un uomo che ha assunto il ruolo di presidente della Regione Lazio in conseguenza della ambiguità sessuale di Marrazzo. Altre singolari coincidenze con i versi montaliani sono nel numero 20: venti minuti in ritardo nella presentazione delle liste Pdl per le Regionali del Lazio, venti giorni rubati alla campagna elettorale del mio movimento politico, per la decisione (di Esterino) di non concedere la proroga dopo la tardiva ammissione della lista; venti milioni di euro di danni richiesti dai miei avvocati; venti milioni di euro richiesti da Athos De Luca, imbucatosi nella vicenda senza titolo per aver metaforicamente chiamato pedofili Esterino i suoi compagni di merenda che hanno deciso di respingere la nostra richiesta. Un tribunale? No. La giunta (abusiva, dopo le dimissioni di Marrazzo) dell’amministrazione regionale. Non un tribunale, non la Corte d’appello, non il Tar, e neppure il ministero dell’Interno (che si è dichiarato incompetente attraverso una telefonata del ministro Maroni che mi comunicava la sua convinzione e disponibilità a esprimere parere favorevole alla proroga delle elezioni essendo evidente il nostro svantaggio)
Regole, regole, regole. Fra le quali quella dichiarata a me da Esterino di esprimere il verdetto dopo essersi consultato con il ministro dell’Interno. Consultato, evidentemente per ignorarne il consulto. Così noi siamo stati travolti da un tribunale politico che in una prima fase, rispetto alla reiterata richiesta di riammissione delle liste del Pdl, aveva rivendicato l’autonomia legislativa, e la potestà assoluta in materia elettorale della Regione, ricusando ogni efficacia del decreto governativo detto salvaliste. Nessuna ingerenza del governo può prevalere sulle regole stabilite dall’assemblea regionale. Ed ecco, colpo su colpo, eliminato il più temibile partito concorrente. Poi, l’imprevisto. Il Tar verifica che la nostra documentazione è regolare, che siamo stati ingiustamente esclusi, che fin da subito avremmo dovuto essere ammessi. Ci mette venti giorni ma decide sulla verità dei fatti. Alla conseguente e inevitabile richiesta di parità di condizioni nella gara elettorale, l’organo competente risulta essere la giunta regionale. E, incredibilmente, dopo aver dichiarato inefficiente e anche anticostituzionale il decreto salvaliste, voluto da un presidente del Consiglio sconfessato e irriso, Esterino e i suoi lo riabilitano e lo adottano per neutralizzare l’imprevisto e fastidioso concorrente. Una procedura sorprendente. Ingrata allo stesso Esterino, il quale candidamente dichiara, ispirato dai suggeritori di Repubblica e da altri osservatori «il decreto è norma esistente, anche se non mi piace. Lo stesso Consiglio di Stato ne ha tenuto conto. Secondo l’articolo 2, l’affissione del manifesto con le liste e le candidature deve avvenire non oltre il sesto giorno antecedente la votazione. Sgarbi, riammesso mercoledì scorso, è dentro i termini». Non ci si vuole credere, l’odiato decreto usato contro di me, confondendo la pubblicazione delle liste con il tempo necessario per una campagna elettorale nelle stesse condizioni degli altri partiti, secondo giustizia, secondo le tanto invocate regole (Di Pietro e Travaglio tacciono), secondo i termini indicati nella legge regionale precedentemente considerata vangelo. Ora siamo ricorsi al Tar e l’indeterminatezza è così diffusa che lo stesso Consiglio di Stato osserva, sgomento, «la condizione di precarietà che caratterizza l’imminente competizione elettorale, come anche rilevato dalla Corte costituzionale».
Ora Esterino ironizza sulla lista, da lui giudicata «minore», ma nel suo scegliere la norma più vantaggiosa per la sua parte politica smentisce l’ossessione di Berlusconi per i «giudici comunisti» essendo egli, esplicitamente, comunista e non giudice. Così la sua sentenza è sommamente iniqua e infierisce su un piccolo partito ostacolandone la crescita. Ciò che è avvenuto è grottesco, come se Riina potesse processare e condannare Caselli. E tanto paradossale è che con tanta ingiustizia, io possa assimilarmi a Caselli. Non resta che una soluzione, se il Tar non ci renderà giustizia: recuperare una piccola parte del tempo rubato con un atto di disubbidienza civile. Fare attività di propaganda anche nel giorno di silenzio elettorale. Si tratta, come in una gara sportiva, dei tempi supplementari. Ci saranno dovuti come onore delle armi, o dovremo patire l’ingiustizia e la violenza senza reagire?

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