Argentina sotto attacco per la Patagonia

Buenos Aires in default tecnico, ma la situazione è meno drammatica rispetto a 13 anni or sono. E nel sottosuolo enormi riserve di idrocarburi

Argentina sotto attacco per la Patagonia

Buitre, avvoltoio: qualche anno fa era il soprannome, con connotazioni positive, di Butragueno, calciatore e rapinatore dell’area di rigore. Ma buitre, adesso, è l’appellativo che gli argentini rivolgono ai fondi statunitensi che hanno portato Buenos Aires al default tecnico. Per decisione di un tribunale statunitense che tutela gli interessi di connazionali. Certo non il modo ideale per migliorare la considerazione argentina verso gli yanqui, i gringos. Rispetto al default di 13 anni or sono, molte cose sono cambiate a Buenos Aires.

Il Paese è in difficoltà, ma teoricamente i soldi per pagare quanto imposto dal tribunale nordamericano, ci sono. Solo che la “presidenta” Cristina Kirchner ritiene che i soldi degli argentini debbano servire per il rilancio dell’Argentina e non per pagare i fondi che avevano rilevato i tango bond dai risparmiatori. Pagandoli una miseria e pretendendo, ora, il rimborso del valore e non dell’investimento effettuato.

In questi giorni Buenos Aires avrebbe dovuto pagare 539 milioni di dollari di interessi e 1,3 miliardi ai creditori. Una cifra colossale, ma non certo insostenibile, sotto l’aspetto finanziario. Ma l’economia interna langue e togliere agli argentini quasi 2 miliardi di dollari non pare il viatico migliore in vista delle prossime elezioni. A cui non potrà partecipare Kirchner, che termina il suo secondo mandato, ma che saranno vinte da un candidato peronista. Di destra? Di centro? Di sinistra? Comunque peronista. Perché, come spiegava Juan Domingo Peron, gli argentini possono essere radicali, conservatori, progressisti: comunque “todos Peronistas”.

Se la presidenta resisterà all’offensiva degli Usa, è evidente che porterà l’Argentina a radicalizzare la sua avversione verso Washington. Ma anche pagando, e impoverendo il Paese, il risultato rischia di essere il medesimo. Con la prospettiva di penalizzare l’ala liberista del peronismo, quella che, con il disastroso Menem, aveva già portato Buenos Aires al default per seguire le indicazioni della Banca Mondiale, del Fmi, dei Chicago Boys.

In tal caso si aprirebbero le porte ad un maggior peso, anche politico, della Cina – che, in America Latina, investe 110 miliardi di dollari in 7 anni – ed eventualmente della Russia, qualora Putin riuscisse a superare l’incapacità di Mosca di guardare al Sud America e spingesse gli oligarchi ad investire in qualcosa di diverso da barche e squadre di calcio. Già la nascita, per ora solo annunciata, di una Banca dei Brics alternativa alla Banca Mondiale ed al Fmi, potrebbe rappresentare una grande opportunità per l’Argentina.

Perché il Paese Latinoamericano ha molto da offrire. Soprattutto in Patagonia dove è stato individuata una delle maggiori riserve mondiali di shale gas e shale oil. E questo, forse, spiega l’accanimento degli Stati Uniti contro Buenos Aires. L’Argentina può infatti diventare un pericolosissimo concorrente per gli Stati Uniti nel settore degli idrocarburi. Dunque meglio strangolarlo prima che lo diventi. Una scommessa rischiosa. Perché proprio la ricchezza del sottosuolo della Patagonia può spingere Cina e Russia ad investire e ad aiutare Buenos Aires. Una partita difficile, che è solo all’inizio. Una partita a cui l’Argentina ha invitato pubblicamente anche l’Italia. Più interessata, però, a stabilire i criteri di elezione dei senatori.

Alessandro Grandi

think tank “Il Nodo di Gordio

www.NododiGordio.org

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