Borsa, il virus costa 20 miliardi di utili

Le big di Piazza Affari alle prese coi debiti (+12,1%). Ma guideranno la ripresa

Gruppo di famiglia in un inferno. Quello del Covid. Il nucleo domestico fotografato è quello delle società industriali e di servizi comprese nell'indice Ftse Mib. Sono 36 in tutto, ma offrono uno spaccato significativo dell'impatto avuta dalla pandemia su bilanci e andamento in Borsa. E non solo perché rappresentano il 76% della capitalizzazione totale, ma anche perché è proprio lì più che altrove, e l'ultimo lavoro dell'Ufficio studi di Mediobanca lo conferma, che l'onda lunga delle serrate collettive e della contrazione di ordini e consumi privati si è andata a infrangere con maggior intensità. I primi nove mesi dell'anno sono così stati un periodo che ha senz'altro indebolito la struttura finanziaria con l'aumento dei debiti (+12,1%) e la contrazione dei mezzi propri (-9,1%), senza tuttavia spezzare la spina dorsale del sistema produttivo italiano. Cioè quella che, nella previsione di Piazzetta Cuccia, guiderà la crescita nel 2021.

Per ora bisogna però fare i conti con la realtà traslata in numeri. E queste cifre raccontano di 64 miliardi di euro di ricavi e di 20 miliardi di profitti andati in fumo da gennaio a settembre. E, come inevitabile effetto collaterale, della sofferenza patita in Borsa: 46 miliardi di ricchezza svaporati, con un calo complessivo del 12,6%, mitigato dal colpo di reni del secondo trimestre (+38 miliardi, con una crescita del 13,7%) che ha in parte assorbito il tracollo subìto dall'inizio dell'anno fino alla fine di marzo (83 miliardi, per una flessione pari al 22,8%). Se poi si allarga lo sguardo a quanto accaduto da inizio di ottobre al 16 novembre, il quadro è ancora meno fosco: i 35 miliardi recuperati (+11%) hanno ridotto a 11 miliardi la perdita accumulata nel 2020.

Resta da vedere quanto la recente ripresa borsistica, indotta dalle notizie legate all'arrivo del vaccino, dalla vittoria di Joe Biden alle presidenziali Usa e dalle ulteriori misure di stimolo promesse dalla Bce e dalla Fed, sia aderente alla risalita di fatturati e utili. L'andamento dei settori di appartenenza offre già qualche spunto per valutare i margini di recupero. Già nel terzo trimestre è stata la manifattura a dimostrarsi la più reattiva, evidenziando il maggior rimbalzo del fatturato (+56,1% sul secondo trimestre), decisamente migliore rispetto al +39,1% dell'intero indice principale milanese. Sorprende invece come il comparto dei servizi sia risultato il più resiliente visto che il calo del giro d'affari è stato limitato a un 14% nei primi nove mesi contro la flessione del 16,4% di energia-utilities e al -18,7% della manifattura. Sullo score negativo dell'energia ha senz'altro pesato il crollo di Eni (-39,7% il giro d'affari e -51,8% a Piazza Affari), vittima della picchiata della quotazioni del petrolio legata alla forte contrazione della domanda. Al contrario, grazie alla produzione di test per il Covid, ha brillato Diasorin (+16,2% i ricavi e +48,4% in Borsa). Premiate dagli investitori anche Amplifon (+19,7%), Recordati (+16,5%), Prysmian (+15,0%), Davide Campari (+13,8%) e Interpump Group (+12,3%).

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