Di Caprio si fa i diamanti in laboratorio

Nasce Diamond Foundry e raccoglie 100 milioni in pochi giorni

Di Caprio si fa i diamanti in laboratorio

«Diamonds are a boy's best friend». I tempi stanno cambiando, come cantava Dylan. Già. Una volta c'era Marilyn a magnificare le doti delle pietruzze più splendenti: adesso c'è la declinazione tutta al maschile della purezza del brillante, con Leonardo Di Caprio che ci mette la bella faccia e un bel mucchietto di bigliettoni verdi per rendere possibile il finora impossibile. Ovvero, la creazione in laboratorio di un diamante. Vero. Non sintetico. Senza trucco e senza inganno. L'attore fa parte del nocciolo duro di investitori della Diamond Foundry, una start up che nel giro di una manciata di giorni ha rastrellato poco meno di 100 milioni di dollari grazie al sostanzioso contributo di una decina di miliardari. Non ricconi qualunque, ma tutta gente che ha fatto del continuo slancio verso l'innovazione uno stile di stile che ne ha poi decretato le fortune personali. Menti brillanti (è il caso di dirlo) come per esempio Evan Williams (Twitter), Jeff Skoll (ex numero uno di eBay), Andreas Bechtolsheim (creatore di Sun Microsystems) e Andrew McCollum (co-fondatore di Facebook). Tutti pronti a scommettere su un'utopia nata tre anni fa, quando il progetto è partito a fari spenti sotto la guida del creatore di Nanosolar, Martin Roscheisen. Uno - tanto per intenderci - che a Stanford ha studiato gomito a gomito con due énfant prodige come Larry Page e Sergey Brin, gli inventori di Google.Ma come è stato possibile realizzare, in mezzo a provette e alambicchi, un diamante accreditato dal Gia (il Gemological Institute of America, l'inventore del sistema di classificazione internazionale) delle stesse proprietà di quelli estratti dalle viscere della terra? In parole povere, il principio è lo stesso che lega una pianta a un seme. Così, attraverso un processo di atomizzazione innescato da un plasma scoperto da Nanosolar, su una sottile «foglia» di un brillante naturale vengono sovrapposti, uno sull'altro, altri strati di cristallo o sull'altro. Poi il «seme» viene raschiato per essere nuovamente utilizzato per creare nuovi diamanti. L'azienda sostiene di essere già in grado di ottenerne centinaia in appena un paio di settimane, ma non punta a saturare il mercato, nè a mettere sotto scacco il giro d'affari da 120 miliardi di dollari circa della tradizionale industria diamantifera. Del resto, c'è un rovescio della medaglia. Il Diamante 2.0 costerà quanto, se non di più, di quelli estratti da una miniera. Un flop finanziario annunciato, dunque? Forse no: Diamond Foundry intende far leva su un punto fondamentale: questo è un diamante «pulito», senza impatto ambientale ed esente dallo sfruttamento del lavoro minorile, piaga terribile che vede perfino bambini di 10 anni sfruttati con paghe miserabili e assoggettati a turni di lavoro massacranti e senza pause.

Più che dal profumo dei soldi che avrebbe stordito il famelico Jordan Belfort di «The Wolf of Wall Street», Di Caprio sembra infatti essere rimasto affascinato dall'aspetto etico dell'avventura. Proprio lui, che nel film «Blood diamond» ambientato in Sierra Leone aveva interpretato, con la consueta maestria, un contrabbandiere di brillanti senza scrupoli.

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