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Senza sicurezza non c'è libertà

Negli ultimi anni abbiamo assistito a un ingresso massiccio di persone provenienti da contesti culturali e sociali molto diversi dal nostro, senza che vi fosse un reale controllo, senza che vi fosse una selezione, senza che vi fosse un serio processo di integrazione

Senza sicurezza non c'è libertà

Gentile Direttore Feltri,
abito nei pressi di Sondrio e la vicenda della donna di 54 anni aggredita per strada, colpita al volto a sassate, mi ha sconvolta. Parliamo di una zona che è sempre stata tranquilla, dove fino a poco tempo fa si usciva a fare una passeggiata o una corsa senza pensarci due volte. Oggi non è più così. Io stessa ho paura. Ho delle figlie e, quando escono la sera, resto sveglia ad aspettarle. Non vivo più con serenità quei momenti che dovrebbero essere normali. Leggere che quella donna è stata sottoposta a interventi delicati alla mandibola, che è rimasta ricoverata per settimane e che, una volta tornata a casa, ha coperto gli specchi perché non riesce a guardarsi, è qualcosa che fa male anche solo a immaginarlo.
Direttore, possiamo vivere in questo modo? Possiamo accettare che la paura diventi la normalità, soprattutto per noi donne?
Non stiamo forse facendo dei passi indietro proprio sulla libertà che pensavamo di aver conquistato?

Maria Paganoni

Cara Maria,
la storia che richiami ha colpito profondamente anche me. Non soltanto per la gravità delle conseguenze, ma per la natura stessa dell'aggressione, che definire brutale è quasi riduttivo. Una donna che cammina per strada, che non conosce il suo aggressore, che non ha con lui alcun rapporto, viene presa di mira e colpita al volto con delle pietre. Non c'è un movente, non c'è un conflitto, non c'è una ragione. C'è soltanto una violenza cieca, gratuita, insensata. Era successo di recente anche a Roma e le immagini ci avevano sconvolti tutti, solo che in quel caso non erano stati utilizzati sassi: un immigrato aveva sferrato un pugno proprio in pieno viso ad una signora, mentre lei, in sella alla sua bicicletta, accompagnava il figlio dal medico. Il caso di Sondrio impressiona ancora di più. Lo dico con chiarezza: quando si colpisce una persona con dei sassi, quando si mira al volto, quando si insiste con quella furia, siamo di fronte a qualcosa che richiama, nella sua essenza, un atto di lapidazione. Non è una parola usata a caso. È la descrizione di un gesto che ha una carica simbolica e una ferocia arcaica. Quella donna non ha soltanto subito un'aggressione fisica. Ha subito un trauma che va ben oltre le fratture, gli interventi chirurgici, il ricovero. Il volto è identità. È ciò con cui ci presentiamo al mondo. È ciò che siamo. Non è una ferita che si può nascondere sotto una giacca o una manica. È esposta, è visibile, è parte di noi. Il fatto che, una volta tornata a casa, la 54enne abbia coperto gli specchi dice tutto. Non è solo dolore. È smarrimento. È il rifiuto di riconoscersi. È una ferita psicologica profonda, che richiederà tempo, e forse non si rimarginerà mai del tutto. E tu, cara Maria, hai perfettamente ragione quando allarghi il discorso. Perché questo episodio, per quanto estremo, non è isolato nella percezione che produce. Produce paura. E la paura, quando si diffonde, modifica i comportamenti. Cambia le abitudini. Riduce la libertà. Mi racconti che rimani sveglia ad aspettare le tue figlie. Ecco, questa è già una perdita di libertà. Non è un dettaglio. È un segnale. Significa che qualcosa si è incrinato. Significa che la sicurezza, che è il presupposto di ogni libertà, non è più percepita come garantita.

E qui veniamo al punto più scomodo, quello che spesso si evita per timore di essere accusati di dire l'indicibile. Negli ultimi anni abbiamo assistito a un ingresso massiccio di persone provenienti da contesti culturali e sociali molto diversi dal nostro, senza che vi fosse un reale controllo, senza che vi fosse una selezione, senza che vi fosse un serio processo di integrazione. Non si tratta di fare di tutta l'erba un fascio, ma di prendere atto di un dato: quando non sai chi entra, quando non conosci il passato, la storia, la mentalità di chi accogli, stai assumendo un rischio. E quel rischio, troppo spesso, ricade sui più esposti. E tra i più esposti ci sono proprio le donne. Si parla molto di parità, di diritti, di emancipazione. E giustamente: sul piano giuridico la parità è stata raggiunta, riconosciuta, sancita. Ma la libertà non è soltanto un articolo di legge. È la possibilità concreta di vivere senza paura. Se una donna rinuncia a uscire a correre, se una madre vive nell'ansia per le figlie, se la sera diventa un problema e non più un momento di vita normale, quella è una compressione della libertà. E penalizza prima di tutto le donne. Eppure continuiamo a sentire parlare ossessivamente di patriarcato, come se la minaccia principale alla libertà femminile provenisse da lì. Intanto, però, nella realtà quotidiana, si affacciano forme di violenza che hanno altre radici, altri codici, altre matrici culturali, e che troppo spesso vengono minimizzate, giustificate, o semplicemente ignorate. Non si tratta di ideologia. Si tratta di realtà. E la realtà è che la sicurezza non è un lusso, ma una condizione necessaria. Senza sicurezza, non c'è libertà. Senza libertà, non c'è dignità. La vicenda di Sondrio dovrebbe scuotere le coscienze, non essere archiviata come l'ennesimo fatto di cronaca. Perché non è solo la storia di una donna aggredita. È l'indicatore di un clima che sta cambiando. E non in meglio.

Se non si ha il coraggio di riconoscere questo cambiamento, se non si ha la volontà di affrontarlo, allora sì, cara Maria, la sua domanda resta drammaticamente aperta: possiamo vivere così?

La risposta, per quanto mi riguarda, è una sola: no. Non dovremmo. Ma per evitare che questo diventi la normalità, qualcuno deve avere il coraggio di affermarlo e di agire di conseguenza.

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