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Istat, quel confine sottile tra tecnica e politica. Ecco perché è finita sotto i riflettori

Dalla revisione del Pil ai dati su povertà e salari, il ruolo dell’istituto e del presidente Chelli è sotto i riflettori. Tra decimali che valgono miliardi e narrazioni che pesano sui conti, il lavoro del ministro Giorgetti si complica proprio alla vigilia della partita decisiva con Bruxelles

Istat, quel confine sottile tra tecnica e politica. Ecco perché è finita sotto i riflettori

C’è una linea sottile, ma decisiva, che separa il ruolo del tecnico da quello del commentatore. E nel caso di Francesco Maria Chelli, quella linea sembra farsi ogni giorno più sfumata. Nessuno mette in discussione la competenza del presidente dell’Istat, ma è difficile non notare come, negli ultimi mesi, la produzione statistica si accompagni a una narrazione che finisce sistematicamente per complicare il lavoro del governo e, in particolare, del ministro Giancarlo Giorgetti.

Non è una questione di numeri in sé, ma di come vengono presentati, enfatizzati, inseriti nel dibattito pubblico. Sempre con il timbro dell’autorevolezza tecnica, certo. Ma anche con effetti politici tutt’altro che neutri. Alla vigilia della notifica a Eurostat sui dati relativi al deficit/Pil che potrebbero determinare l’uscita del Paese dalla procedura di infrazione, occorre riflettere su una serie di eventi che mettono in questione il concetto stesso di neutralità.

La neutralità (a intermittenza) dei numeri

Il punto non è negare i dati, ma interrogarsi sul loro uso. Quando Chelli sceglie di sottolineare che “l’85% dei benefici del taglio Irpef va ai redditi più alti”, costruisce una fotografia che, pur formalmente corretta, rischia di risultare fuorviante. Perché in un Paese dove sopra i 20mila euro si concentra una quota limitata di contribuenti, quella stessa fotografia finisce per ribaltare la percezione: il ceto medio diventa improvvisamente “ricco”, e quindi implicitamente privilegiato.

È qui che il tecnico smette di essere solo tecnico. Perché la selezione dell’angolo visuale, in economia come in statistica, è già una forma di interpretazione. E quando quell’interpretazione finisce per alimentare un racconto politico ben preciso, il confine si fa inevitabilmente più labile.

Il tempismo che pesa più dei numeri

C’è poi una questione di calendario. Le audizioni presso le commissioni parlamentari dell’istituto, a ridosso delle scelte di finanza pubblica, spesso risultano destabilizzanti. Nulla di irregolare, sia chiaro. Ma il risultato è che ogni intervento dell’Istat si trasforma in un elemento di pressione nel dibattito politico, soprattutto perché all’Istat si chiede di squadernare il quadro macroeconomico in tutte le sue sfaccettature.

Prendiamo il caso dell’inflazione alimentare: “i prezzi sono aumentati del 25% dal 2021”. Un dato noto, legato a dinamiche globali - dalla guerra in Ucraina all’impennata energetica - che però viene rilanciato oggi con toni allarmistici. Il rischio, anche qui, è quello di offrire una rappresentazione parziale, dove il contesto scompare e resta solo l’effetto emotivo.

Povertà e salari: il racconto a una dimensione

Il terreno più scivoloso resta quello sociale. Sulla povertà assoluta, Chelli ha difeso con fermezza le rilevazioni dell’Istat, spiegando che “l’inflazione ha eroso i benefici dell’occupazione”. Una posizione tecnicamente legittima, ma che finisce per oscurare altri elementi del quadro: l’aumento degli occupati, il recupero del potere d’acquisto in alcune fasce, gli interventi pubblici messi in campo.

Lo stesso schema si ripete sui salari reali: “il reddito reale è calato nonostante l’aumento degli occupati”. Anche qui, il dato c’è. Ma la sua lettura tende a concentrarsi esclusivamente sugli aspetti negativi, lasciando sullo sfondo segnali che raccontano una realtà più articolata.

Il risultato complessivo è un racconto a una dimensione, dove le criticità diventano sistema e i miglioramenti eccezione.

Il paradosso della revisione: più Pil, meno slancio

La revisione coordinata del settembre 2024, guidata dall’Istat sotto la presidenza di Francesco Maria Chelli, avrebbe potuto rappresentare una buona notizia piena per il governo. E in parte lo è stata, almeno sulla carta. L’aggiornamento delle basi dati ha infatti portato a una revisione al rialzo del livello del Pil nominale lungo tutta la serie storica. Tradotto: un Paese formalmente più “ricco”, con un rapporto debito/Pil che migliora automaticamente grazie all’aumento del denominatore.

Ma è proprio qui che si consuma il paradosso. Perché, mentre il livello complessivo veniva corretto verso l’alto, la dinamica recente dell’economia veniva invece raffreddata. La crescita reale del 2023 (dal +0,9 a +0,7%) e della prima parte del 2024 è stata rivista al ribasso, smontando nei fatti l’idea di un’accelerazione più robusta. Il risultato è un’immagine sdoppiata: un’Italia che nei conti appare più solida, ma che nel presente corre meno di quanto previsto. E per chi deve costruire la politica economica, è la seconda fotografia quella che conta davvero.

Nadef riscritta e margini evaporati

Le conseguenze si sono scaricate direttamente sui documenti di finanza pubblica, a partire dalla Nadef (oggi Dpfp) e dal Piano strutturale di bilancio. Il ministero dell’Economia guidato da Giancarlo Giorgetti si è trovato a fare i conti con stime di crescita più basse proprio nel momento in cui servivano certezze per costruire la manovra.

In termini concreti, quei decimali limati dall’Istat si sono tradotti in miliardi evaporati. Il cosiddetto “tesoretto” si è assottigliato, lasciando al governo meno spazio per confermare e finanziare misure chiave come il taglio del cuneo fiscale. Non una questione teorica, ma un vincolo immediato, che ha costretto il Mef a ricalibrare le priorità e a muoversi con margini molto più stretti del previsto.

Debito, interessi e il peso del passato

La revisione ha avuto effetti anche sul fronte del debito, dove l’apparente miglioramento dato dal Pil più alto è stato in gran parte neutralizzato da altri fattori. L’Istat ha certificato una realtà già nota ma politicamente scomoda: la discesa del debito sarà più lenta del previsto.

A pesare è soprattutto l’eredità dei crediti d’imposta legati al Superbonus, che continuano ad agire come una zavorra sui conti pubblici. Anche con un Pil rivisto al rialzo, il combinato tra crescita debole e costo degli interessi - in un contesto di tassi elevati - finisce per annullare gran parte del beneficio. Il risultato è una traiettoria del debito meno favorevole, proprio mentre l’Italia cerca di convincere Bruxelles della sostenibilità del proprio percorso di rientro.

La partita dei decimali

E oggi, con un deficit/Pil che oscilla attorno al 3%, quei decimali assumono un peso enorme. Non si tratta solo di numeri: significa restare o uscire dalla procedura d’infrazione, perdere o guadagnare margini di manovra per miliardi. Soprattutto dopo che le numerose revisioni hanno spesso oscillato al di sotto del 3%, mentre oggi si attestano tra il 3,04 e il 3,05%, soglia che porta all’arrotondamento per eccesso al 3,1% e dunque alla permanenza nella procedura di infrazione per soli ventitré milioni di euro. Ogni limatura statistica diventa, pertanto, un elemento decisivo. Anche qui il concetto di neutralità diventa una variabile.

L’immagine del Paese (dentro e fuori)

C’è poi un tema più ampio, che riguarda l’immagine dell’Italia. Quando l’Istat insiste su povertà, disuguaglianze e difficoltà, senza bilanciare il quadro con gli elementi di tenuta, contribuisce a costruire una narrazione che non resta confinata al dibattito interno.

I mercati, le istituzioni europee, gli investitori leggono quei numeri. Ma leggono anche il tono con cui vengono presentati. E il rischio è che passi l’idea di un Paese strutturalmente fragile, anche quando i fondamentali raccontano una storia più complessa: avanzo primario, conti in miglioramento, capacità di resistenza superiore ad altri partner europei.

Alla fine, la questione non è se Chelli (e l’Istat) abbia ragione o torto. Il punto è il quadro d’insieme. Un presidente dell’Istat non è un opinionista, e neppure un attore del confronto politico. È il garante di un patrimonio informativo che dovrebbe aiutare a comprendere la realtà di un Paese che, dopo numerosi sforzi, meriterebbe di godersi un momento di sollievo.

Presentare dati che raffreddano la crescita ha significato, nei fatti, smontare la narrativa di una ripresa più vivace e costringere il Mef a una correzione immediata della rotta, proprio alla vigilia degli appuntamenti europei più delicati. Non sorprende come il ministro Giorgetti abbia sottolineato, anche con toni ironici, come “bastino pochi decimali per cambiare completamente il quadro”, evidenziando come costruire una manovra significhi lavorare su basi in continuo movimento.

In una fase in cui ogni centesimo di Pil può determinare l’uscita o meno da una

procedura europea, la stabilità del dato diventa essa stessa un fattore di politica economica. E quando quella stabilità viene meno, anche il lavoro del governo si trasforma in un esercizio di equilibrio sempre più precario.

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