Carige, il piano B della Bce: "imbrigliare" i Malacalza

Le contromosse di Francoforte dopo lo stop del socio di maggioranza all'aumento. Oggi il test della Borsa

Carige, il piano B della Bce: "imbrigliare" i Malacalza

«Ho fatto quello che andava fatto per il bene della banca e della città». Furono queste le parole usate da Vittorio Malacalza nel marzo del 2015 per commentare l'acquisto del 10,5% di Carige in mano all'omonima Fondazione. Da allora, Malacalza è salito al 27,7% del capitale investendo oltre 400 milioni per una quota che oggi ne vale 24. Nell'assemblea del 22 dicembre ha premuto il bottone rosso e fatto saltare, con la sua astensione, l'aumento di capitale da 400 milioni per rimandare la decisione a dopo la presentazione del piano industriale, atteso a febbraio. E ora a Genova si chiedono: Malacalza sta facendo davvero il bene di Carige e della città? O sta solo dichiarando guerra a tutti: all'ad e al presidente (arrivati al vertice da solo tre mesi e nominati dalla lista dello stesso azionista di controllo) ma anche alla Bce? Certo, Malacalza ha ridato benzina al motore dopo l'uragano Berneschi. Ma il suo «ammutinamento» del 22 dicembre rischia di riportare la prua della nave dritta verso gli scogli. In plancia sono rimasti l'ad Fabio Innocenzi e il presidente Pietro Modiano (chiamati dallo stesso Malacalza dopo la guerra scatenata e vinta contro l'ex timoniere Paolo Fiorentino) che non si sono dimessi come invece hanno fatto due membri del cda, ovvero la vicepresidente Lucrezia Reichlin e Raffaele Mincione (secondo azionista con il 5,4%).

Il tandem Innocenzi-Modiano è rimasto anche a fare da garante sia di fronte al sistema bancario, che ha versato «volontariamente» un obolo di 320 milioni nel Fondo Interbancario per sottoscrivere il bond subordinato e mettere la banca in sicurezza nell'immediato, sia davanti alla Bce. Che aveva dato il via libera al nuovo piano di conservazione del capitale proprio perché si basava sul bond ma anche sull'aumento che doveva servire a rimborsarlo.

La decisione di Malacalza mette di nuovo la palla nelle mani della Vigilanza europea, che nei prossimi giorni riceverà i vertici di Carige.

Come risponderà la Bce allo stop dei Malacalza? Carige, ad oggi, non ha un problema di capitale ma di governance. La banca centrale potrebbe chiedere la conversione forzosa del bond subordinato da 400 milioni già sottoscritto per 320 milioni dallo Schema Volontario del Fitd. Nel verbale del cda del 29 novembre si legge che «nel caso in cui l'assemblea della banca non approvi l'aumento di capitale o comunque che la banca non possa dare corso all'aumento entro il 30 giugno del 2019», lo Schema volontario potrà utilizzare le obbligazioni detenute per rafforzare il Cet1 (l'indice di tenuta patrimoniale) della banca «nella misura di volta in volta necessaria a garantire il rispetto dei suddetti requisiti minimi». La Vigilanza potrebbe, inoltre forzare la mano con Malacalza contestandogli una «funzione di direzione e coordinamento», che potrebbe comportare il consolidamento della quota di Carige nella cassaforte di famiglia o avere riflessi sulla governance della banca: a fine 2017, in cambio dell'autorizzazione della Bce a salire fino al 28%, Malacalza Investimenti si era impegnata a modificare lo statuto, precludendo proprio l'assunzione delle funzioni di direzione e coordinamento, ossia a non prendere decisioni strategiche e operative che avrebbero impresso una gestione unitaria all'istituto ligure.

In attesa delle contromosse del regolatore, oggi si avrà la prima reazione del mercato: il titolo vale 0,0016 euro, e ha perso oltre l'80% da inizio anno. A settembre, quando Innocenzi è stato nominato ad, la capitalizzazione era di oltre 460 milioni. Venerdì 21 dicembre ne valeva nemmeno 90.

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