Di questo parla il referendum: della mancata separazione delle carriere (sinora) e dell'appiattimento di giudici e pm in una sola corporazione. L'ultimo caso, sul Giornale di ieri, fa capire molto: due avvocati, durante un processo milanese per violenza sessuale, hanno trovato sul bancone del giudice una sentenza di condanna già impostata e comprensiva di valutazioni su persone che dovevano ancora essere ascoltate: quanto è bastato per mandare all'aria tutto e per giustificare il sospetto (il sospetto basta) che l'esito fosse già scritto e che le tesi del pm e del giudice potessero coincidere d'ufficio: perché un giudice non deve solo essere terzo, ma anche apparirlo.
Abbiamo, invece, tanti esempi del contrario. Il Tribunale del Riesame di Venezia, nel maggio scorso, ha annullato una richiesta di arresto (faccende di scommesse clandestine) per "generale e radicale appiattimento del giudicante rispetto alla richiesta dell'accusa"; la richiesta del pm risultava inglobata nell'ordinanza del giudice senza che fosse riconoscibile un suo vaglio critico; morale, tutti liberi.
Sempre a Vicenza (su richiesta di Venezia) nel novembre 2023 il Tribunale ha dovuto annullare degli arresti per droga perché nelle motivazioni si leggeva "di identità linguistica e grafica tra richiesta della Procura e provvedimento del Gip", e di "taglia e cuci" delle tesi dell'accusa, insomma di una mancata e autonoma valutazione del giudice: scarcerazioni immediate. In pratica il giudice non è stato ritenuto distinto dall'accusa. Sempre lo stesso tribunale aveva già annullato un arresto per omicidio perché un gip di Treviso si era limitato ad aderire alle argomentazioni della Procura: il giudice che aveva autorizzato l'arresto aveva poi replicato "la prossima volta cercherò di scrivere di più", anche se il Riesame non aveva detto che servissero più parole, ma che servisse un giudice.
Il rischio, altrimenti, è di scarcerare dei sospetti mafiosi come è successo nell'agrigentino nel maggio 2018: tutta una serie di ordinanze cautelari sono state annullate perché sembravano costruite per copia-incolla dalle richieste dei pm, con carenze motivazionali e difetti di un'autonoma valutazione: tutti fuori. Un'altra operazione antimafia, "Omega", a Lecce, fu annullata perché il gip, secondo il Riesame, non aveva valutato e motivato le richieste di custodia cautelare: emerse anche una lettera dei pubblici ministeri indirizzata al gip (si lamentavano degli annullamenti) e ne seguì un'ispezione del Ministero della Giustizia.
Dalla mafia si passa alla camorra: il Riesame di Napoli, nell'ottobre 2015, dovette annullare in blocco tutte le misure cautelari emesse dal gip a margine di un'inchiesta sul clan Belforte che coinvolgeva anche tre appartenenti alle forze di polizia: l'Ansa riportò che le autorizzazioni del gip riproducevano esattamente la richieste dei pm, ergo: annullate tutte, e impianto cautelare travolto. Sempre a Napoli, nel gennaio di tre anni prima, il Riesame aveva annullato l'arresto di Gaetano Riina (sì, il fratello) perché nell'ordinanza del gip restarono espressioni come "questo pm", segno evidente che il gip aveva solo copiato la richiesta dell'accusa (il pm) e nemmeno tentato di modificarla.
Ma la madre (il padre) di tutti gli appiattimenti resta quello del 4 gennaio 1994, durante Mani pulite: il pm Antonio Di Pietro scrisse un appunto al gip Ghitti che spiegava perché un tizio "dovrebbe andare dentro al più presto", e Ghitti, il gip, il giudice terzo, il teorico garante delle parti, gli rispose: "Trova altro capo d'imputazione". Uno qualsiasi.
Un pm, cioè, spiegava a un giudice che tizio andava arrestato e segnalava gli estremi di un reato; ma il giudice si accorgeva che il reato non avrebbe consentito di ingabbiare tizio, e allora consigliava al pm d'inventarsi qualcos'altro. Questo scambio di messaggi tra un pm e un giudice, tre anni dopo, è stato ritrovato casualmente in un faldone.