Il caso Inghilterra dimostra l’inutilità dei guru del rating

A sorpresa i mercati reagiscono bene alla retrocessione della Spagna Se Londra conserva la «tripla A» significa che non contano deficit e debito

Il caso Inghilterra  dimostra l’inutilità  dei guru del rating

Per una volta i mercati finanziari hanno reagito compostamente al taglio del rating sul debito spagnolo comunicato nottetempo dall’agenzia Standard & Poors. Meglio così: forse qualcuno ancora si ricorda il pesantissimo downgrade dell’Italia lo scorso gennaio e come chi avesse seguito il consiglio, vendendo i nostri Btp, si fosse perso il notevole rialzo dei prezzi che ne seguì, innescato dai prestiti all’1% della Bce, decisivi ma ignorati dai maestrini del rating.

Rimane tuttavia una domanda: come e con che logica si muovono queste agenzie che tanta influenza hanno sui mercati? Il dubbio è lecito perché in qualsiasi modo si tenti di interpretare il loro operato qualcosa non torna. Se si volesse dare credito ai complottisti, che vedono le «imparziali» agenzie di rating al servizio di parzialissimi interessi (pubblici o privati) della finanza anglosassone ai danni dell’Europa, verrebbe da dire che il loro lavoro l’hanno svolto bene; dato che però i complotti mondiali spesso non esistono è d’obbligo evidenziare quelle che sono quanto meno delle «incongruenze». Potrebbe darsi ad esempio che i mercati evidenzino un qualche motivo di sfiducia in un Paese vendendone i titoli del debito pubblico. Attenzione, questi motivi che spingono gli investitori a liberarsi dei bond possono essere molteplici: dati economici peggiori delle attese, risultati negativi di qualche importante banca o semplicemente un effetto domino, per il quale il panico si rivolge in sequenza al debito di ciascun paese.

Gli effetti sono noti: gli spread salgono, le borse crollano, qualche euroburocrate somaro alza il ditino chiedendo più austerità, insomma, il solito. Ebbene, se a seguito di queste azioni l’agenzia di rating interviene con un declassamento (ed è ad esempio l’impressione che si trae dall’ultima bocciatura alla Spagna), abbiamo una semplice azione «a specchio», cioè: abbasso il giudizio perché il mercato scende, cosa che non solo non è di alcuna utilità previsionale o informativa, ma rappresenta un elemento di destabilizzazione e distorsione perché induce a credere che ci sia «altro» di negativo da attendersi per il futuro, quando invece si tratta di una semplice presa d’atto e adeguamento a qualcosa che è già successo ed è già riflesso nei prezzi.

Se invece consideriamo la questione da un altro punto di vista le cose non vanno meglio: come mai infatti la Gran Bretagna mantiene saldamente il suo massimo giudizio «tripla A» nonostante i pessimi dati economici? Se i motivi delle bocciature risiedessero davvero nei deficit e nel debito, come vogliono farci credere, difficilmente l’Inghilterra potrebbe presentarsi come prima della classe, visti i disavanzi a doppia cifra percentuale e un debito che solo in apparenza è sopra il 60% del Pil ma che se si includessero le banche nazionalizzate esploderebbe a livelli vicini al 150%, ben peggio dell’Italia.

Ebbene, se l’obiezione fosse che però l’Inghilterra non ha l’euro e quindi è sicura per quello, si può essere d’accordo; dovremmo però (oltre che riflettere) concludere che finora le agenzie di rating ci hanno preso in giro. Una volta infatti rilevato il «vizio» della non garanzia del debito insito nella moneta unica ed emerso a causa della Grecia, le agenzie di rating avrebbero dovuto far rilevare la cosa assegnando, una sola volta per tutte, un voto molto negativo a tutti i bond dei Paesi dell’euroarea proprio con questa motivazione. Magari in molti avrebbero aperto gli occhi. Continuare con uno stillicidio di microbocciature senza fine invece non ha senso, se non nell’ottica di regalare a queste agenzie un’attenzione e un rilievo che non hanno affatto dimostrato di meritare.

Twitter: @borghi_claudio

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