Banche

Clientela in fuga dal Credit Suisse

Persi 61 miliardi di asset e 67 di depositi nel trimestre. E l'emorragia prosegue

Clientela in fuga dal Credit Suisse

Non ci sono più le «mani decenti di gente d'affari» cantate da Gaber, ma quelle assai maldestre di chi per anni ha retto il timone di Credit Suisse. Nonostante gli sforzi profusi negli ultimi due anni dal presidente Axel Lehmann e dal ceo Ulrich Koerner, la vita spericolata pregressa, scandita da scandali finanziati assortiti e dalla fallimentare gestione del rischio, ha portato la banca a un passo dal binario morto e alla fuga in massa della clientela. Altre mani, ansiose di recuperare in fretta il proprio denaro. In altri tempi si sarebbero viste code chilometriche davanti agli sportelli del Credit: oggi basta invece un clic da computer, e il rapporto di fiducia si trancia in un istante. E questo adieu digitale e collettivo è stato pronunciato chissà quante volte, tra gennaio e marzo di quest'anno, quando la sorte dell'istituto zurighese sembrava ormai segnata. Così, le stime più o meno «spannometriche» circolate nelle settimane drammatiche che avevano preceduto l'unione coatta con Ubs trovano ora riscontro nella trimestrale della banca, dove nero su bianco si dà conto dei quasi 130 miliardi di franchi svizzeri che hanno preso il volo dai forzieri CS nel corso del primo trimestre 2023.

Una crisi di fiducia generalizzata, tale da indicare l'uscita di emergenza sia agli investitori (ritirati oltre 61 miliardi, il 5% del totale), sia ai correntisti (deflussi di depositi per 67 miliardi); cifre che devono inoltre essere sommate ai 110 miliardi di asset netti e ai 138 miliardi di c/c migrati dai caveau della banca nel quarto trimestre del 2022. A conti fatti, il Credit ha visto volatilizzarsi una cifra superiore al Pil dell'Algeria in appena un semestre. E la grande fuga non è ancora finita: la tendenza, seppure attenuata, ad oggi «non si è ancora invertita» ammette il management del Credit.

A molti, quindi, l'unione con i rivali della porta accanto di Ubs non pare ancora sufficientemente rassicurante. Anche perché il bilancio del periodo gennaio-marzo indica come il risanamento dell'istituto non sarà una passeggiata di salute. Ci vorrà tempo, quei «tre o quattro anni» di cui ha parlato il presidente di Ubs, Colm Kelleher, per raggiungere la piena integrazione, non senza tagli dolorosi come la liquidazione di gran parte delle attività di investment banking. Allo scopo di rafforzare i controlli per completare l'acquisizione, Ubs manterrà Christian Bluhm come chief risk officer per il «prossimo futuro». Per ora, si continua a soffrire. L'utile trimestrale del Credit di 12,4 miliardi è infatti frutto dell'azzeramento di 15 miliardi di bond AT1, mossa della disperazione finita peraltro sub judice dopo la causa intentata alla Finma (la Consob elvetica) da un gruppo di obbligazionisti. Depurata dall'illusione contabile, la trimestrale rivela invece una perdita ante imposte rettificata di 1,3 miliardi. Il balzo del 319% dei ricavi maschera un calo del 33% dei proventi nel wealth management, dell'8% nella Banca Svizzera, del 45% nell'asset management e del 37% nell'investment banking. Per l'intero 2023, di cui non vedrà la fine come entità autonoma, si attende una «sostanziale perdita», specchio di quelle attese nella divisione di wealth management, dove ha perso il 9% degli asset in gestione, e dell'investment banking.

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