Le due "spine" di Draghi: i dazi di Trump e supereuro

Il leader della Bce: "Misure protezionistiche e cambi rischi per l'inflazione. Il nostro lavoro non è finito"

Prima c'era una crescita asfittica, recalcitrante nel manifestarsi. Adesso che le cose si sono aggiustate superando ogni previsione, ci si mette Donald Trump col suo impeto protezionistico e il rafforzamento dell'euro a mettere in forse gli obiettivi d'inflazione. Per Mario Draghi, una fatica degna di Sisifo. «Il lavoro non è ancora finito», ha infatti detto ieri a Francoforte il presidente della Bce. E per compito non ancora portato a termine si deve intendere che non è ancora giunto il momento di rottamare le misure di stimolo. Prima di chiudere del tutto i rubinetti degli acquisti di titoli di Stato «dobbiamo vedere un aggiustamento sostenibile nel percorso dell'inflazione verso il nostro obiettivo, ovvero un tasso vicino al 2% nel medio termine».

Le condizioni per una convergenza verso il target ci sarebbero, ora che la ripresa si mostra consolidata nelle stime dell'Eurotower e nel momento in cui anche le dinamiche salariali «si stanno gradualmente allineando» ai desiderata della banca centrale. Ma ci sono due variabili all'outlook che potrebbero, «qualora si intensificassero, cospirare per ridurre» tale fiducia nel passo dell'inflazione stessa. La prima è connessa all'introduzione di dazi da parte dell'amministrazione Usa. A preoccupare Draghi non sono gli effetti immediati, ritenuti tutto sommato gestibili, quanto piuttosto quelli di seconda tornata «che potrebbero avere conseguenze molto più serie». Per esempio, in caso di un allargamento su vasta scala ad altri beni delle misure tariffarie, provocando «un'escalation delle tensioni commerciali e il rischio di effetti negativi sulla fiducia che finirebbero con il pesare sugli investimenti aziendali in particolare». Il secondo rischio è legato al mercato valutario. «L'euro si è apprezzato dall'inizio dell'anno - ha sottolineato l'ex governatore di Bankitalia - e secondo la nostra analisi questo è stato determinato da diversi fattori esogeni, cioè da acquisti di euro che non possono essere spiegati solo con l'espansione economica. Questo potrebbe pesare sull'inflazione in quanto non deriva interamente da un rafforzamento dei fondamentali dell'eurozona».

Ecco il motivo per cui la politica monetaria deve restare «paziente, persistente e prudente». Parole che possono indicare la volontà di estendere il quantitative easing oltre la scadenza del prossimo settembre, se sarà necessario. Anche se sembra del tutto tramontata la possibilità di un eventuale innalzamento dell'entità degli acquisti mensili (30 miliardi) dopo che, nell'ultima riunione, Francoforte ha cancellato dal comunicato finale un'opzione che sopravviveva da due anni. Il numero uno dell'Eurotower è tornato poi a difendere l'efficacia delle misure non convenzionali, grazie alle quali è stato garantito «un aumento dell'occupazione di circa 7,5 milioni» di posti di lavoro «rispetto alla metà del 2013». Inoltre, «entro il 2020 la disoccupazione calerà al 7,2%». Quanto ai tassi, la rotta non cambia: resteranno a zero «ben oltre la fine del Qe».

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Commenti
Ritratto di bimbo

bimbo

Gio, 15/03/2018 - 13:08

Dovrebbe parlare col presidente Mattarella così per trovare un consiglio per delle soluzioni..