Vietato usare l'espressione "signori e signore" ma bisogna dire "colleghi", vietato anche dire "signora o signorina" meglio usare solo il nome e il cognome, evitare "maschile e femminile" perché "definiscono una distinzione biologica" così come "fidanzato o fidanzata, marito o moglie" da sostituire con un generico "partner". E ancora, non si possono usare le parole "padre e madre" e nemmeno "patria" sostituendola con "terra di nascita", così come "lingua madre" con "lingua nativa". Da evitare anche i pronomi "lui o lei", meglio usare la forma plurale "per garantire l'incisività di genere" mentre il pronome "uno" può essere usato per sostituire "l'uso della forma maschile" ponendo attenzione alle "identità di genere non binarie".
Queste indicazioni che sembrano tratte da un manuale woke sono state scritte nero su bianco in un documento ufficiale dell'Unione europea e delle Nazioni Unite intitolato "Linee guida per l'uso della lingua come fattore di uguaglianza e inclusività". Si tratta di una pubblicazione "realizzata nell'ambito del progetto Gender Equality Facility finanziato dall'Unione Europea e attuato da UN Women" rivolta al governo del Kosovo "al fine di accelerare il processo di integrazione". In poche parole, tra le condizioni che Bruxelles pone ai nuovi stati membri per aderire all'Ue, c'è quella di adeguarsi al linguaggio inclusivo e politicamente corretto che cancella il maschile e il femminile, elimina il padre e la madre, invita a non parlare di "patria". Se non fossero già di per sé assurdi i contenuti del report e le condizioni poste agli stati che vogliono aderire all'Ue, si può aggiungere che il documento rientra in un progetto finanziato da Bruxelles con 1,5 milioni di euro. Si tratta del "Gender Equality Facility" iniziato il 1 febbraio 2023 per la durata di 30 mesi (estendibili) e rivolto al solo Kosovo ma analoghi programmi sono in vigore per tutti gli stati che hanno in corso una procedura di adesione, dall'Albania alla Macedonia del Nord passando per l'Ucraina e la Moldova, con un fiume di denaro dei contribuenti europei usato per l'indottrinamento linguistico.
Spulciando il documento gli aspetti sconcertanti non finiscono qui perché, a finire nel mirino delle linee guida, è l'uomo in quanto tale: "Le forme di espressione che includono la parola uomo e i suoi derivati dovrebbero essere sostituiti da termini più inclusivi a seconda del contesto" utilizzando "termini neutri dal punto di vista del genere". Lo stesso vale per le parole "femmina e maschio" che "riducono alle capacità riproduttive" rafforzando l'idea "che le differenze e le disuguaglianze siano fondate sulla biologia, invece che sui ruoli socialmente costruiti". Il paradosso di queste linee guida sul linguaggio è che, a forza di voler essere inclusive, finiscono per diventare discriminatorie nei confronti delle donne non riconoscendo il concetto di femminile. Così bisogna evitare di dire "attrice" ma occorre utilizzare un generico e neutro "attore", non si può dire "dottoressa" ma "dottore" e nemmeno "poliziotta" ma "ufficiale di polizia".
La domanda che sorge spontanea dopo aver letto le 39 pagine del documento è se siano questi i "valori europei" tanto celebrati dalla Commissione? Davvero l'Unione europea si presenta in questo modo agli stati che vogliono aderire? E ancora, è così che spendiamo milioni di euro dei cittadini per finanziare documenti ideologici? Domande che ci auguriamo possano trovare risposte nelle sedi istituzionali opportune a cominciare dall'euro parlamento.