La Fed alza il tiro sui tassi ma il motore Usa è fermo

Williams (San Francisco): «Possibili tre rialzi entro dicembre» L'industria piange: giù la produzione per la prima volta dal 2009

La prova del nove è attesa per venerdì prossimo, quando dal palco di Harvard parlerà la presidente della Federal Reserve, Janet Yellen. Anche un solo riferimento a un rialzo dei tassi in giugno sarà la conferma che la banca centrale Usa è veramente sul punto di modificare la rotta della politica monetaria. La pubblicazione delle minute dell'ultima riunione del Fomc, la scorsa settimana, ha ridato corpo a un'opzione da tempo sparita dai radar dei mercati e rafforzata ieri dalle parole di due esponenti di Eccles Building. James Bullard, numero uno della Fed di St. Louis, vede «più fattori a favore di un lento aumento dei tassi che di nessun aumento». Bene. Ma è John Williams, governatore della Fed di San Francisco, ad aprire nuovi scenari ipotizzando «due o tre» strette entro la fine dell'anno, dal momento che gli Usa sono ormai «in condizione o vicini a condizioni di piena occupazione», che ci sono «segnali di aumenti dei salari» e sono in corso «buoni progressi» nel riportare l'inflazione al passo ideale del 2 per cento.

Si tratta di dichiarazioni che meritano una riflessione. A cominciare da come incastonare tre aumenti del costo del denaro in appena sei mesi, in un anno peraltro caratterizzato dalle elezioni presidenziali di novembre. Il primo rialzo andrebbe deciso il mese prossimo, senza conoscere l'esito del voto sul Brexit, potenzialmente destabilizzante per i mercati finanziari. Per realizzare la «tripletta» resterebbero quindi quattro meeting (in agosto c'è la pausa estiva), con una mossa in settembre (due strette nel giro di un mese sarebbero eccessive) e l'ultima da piazzare in dicembre.

A quel punto, ipotizzando ritocchi singoli dello 0,25%, a fine anno i tassi sarebbero compresi tra l'1 e l'1,25%, un livello difficilmente sostenibile alla luce dello stato di salute dell'economia Usa. Williams sembra infatti peccare di eccessivo ottimismo. Gli ultimi dati sul mercato del lavoro (160mila nuovi posti creati in aprile) sono stati deludenti. Per non parlare poi delle assunzioni di baristi, commessi e camerieri che, ogni mese, vanno a gonfiare i dati sull'occupazione mascherando il processo di estinzione della classe media, un tempo vero pilastro di quella consumer spending da cui dipende il 70% dell'economia a stelle e strisce. Inoltre, la crescita asfittica del primo trimestre (+0,5%) è il segno che il motore dell'America è imballato. Certo, c'è la possibilità che la seconda stima del Pil tra gennaio e marzo, che sarà pubblicata venerdì, indichi una forte deviazione rispetto alla prima. Ma l'indice Pmi, redatto da Markit e diffuso ieri, suona come una sentenza: l'attività manifatturiera si è contratta in maggio a quota 50,5, con la produzione scesa per la prima volta dal settembre 2009 a causa di un libro degli ordini fiacco e del declino delle esportazioni. L'export col fiatone sembra indicare che la Corporate America non solo soffre del generale rallentamento globale, ma non gli attuali rapporti di cambio del dollaro. Un quadro allarmante, con il peso dell'economia caricato tutto sulle spalle del settore dei servizi e dei consumatori, destinato a impattare sulla crescita del secondo trimestre. Quanto all'inflazione, secondo Markit l'aumento dei prezzi è dovuto in larga misura ai rincari delle materie prime, in particolare il petrolio le cui quotazioni erano arrivate a sfiorare i 50 dollari il barile nei giorni scorsi.

Così, resta una domanda: ma davvero la Fed ha tutta questa fretta di alzare i tassi?

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