Generali ha cambiato pelle. Ora il 45% è dei fondi esteri

Ma i pesi potrebbero cambiare ancora: entro giugno Mediobanca scenderà al 10%. I soci italiani si preparano alla sfida del voto plurimo

Generali ha cambiato pelle. Ora il 45% è dei fondi esteri

«Abbiamo una strategia industriale molto forte che non dipende dagli azionisti che abbiamo oggi o che avremo domani», ha assicurato a maggio l'amministratore delegato delle Generali, Mario Greco, durante l'investor day organizzato a Londra. Ma chi sono oggi i soci del Leone? Come sono cambiati dal suo insediamento a Trieste? E, soprattutto, come sono destinati a cambiare nei prossimi anni?

Partiamo dalla fotografia del passato. Ovvero da quella scattata nel 2012, anno del ribaltone al vertice con l'uscita prima del presidente Cesare Geronzi e qualche mese dopo dell'ad Giovanni Perissinotto. Ebbene, tre anni fa la presenza degli azionisti stranieri si attestava al 26,6% e quella degli azionisti italiani raggiungeva il 73,3 per cento. Oggi i pesi sono completamente diversi: alla data dell'ultimo dividendo pagato il 20 maggio, la percentuale degli azionisti stranieri è di circa il 45%, mentre gli italiani si attestano intorno al 55 per cento. Nel dettaglio, il 76,7% del capitale è in mano al retail e a investitori istituzionali, la parte restante è divisa fra Mediobanca (al 13,2%), il patron di Luxottica, Leonardo Del Vecchio (con il 3,1%), il gruppo Caltagirone (2,2%), i cinesi di People's Bank of China (2,01%) e il colosso Usa Blackrock (al 2,6% ma si è avvalso della facoltà di esenzione di comunicare al pubblico le partecipazioni inferiori al 5%). Non solo. La quota di investitori stranieri è aumentata dal 9,2% presente all'assemblea degli azionisti del 2012 al 20,97% presente all'appuntamento dello scorso aprile.

E in futuro? Mediobanca scenderà al 10% nel primo semestre dell'anno prossimo. Lo scorso 21 agosto Francesco Gaetano Caltagirone ha venduto 500mila titoli a 16 euro e potrebbe alleggerirsi ancora, quando i prezzi lo consentiranno (Greco è arrivato quando il titolo stava a 8 euro e adesso il valore è raddoppiato ma le quotazioni del Leone sono ancora assai lontane dal prezzo del primo shopping dell'imprenditore romano iniziato nel 2007). I soci Boroli e Drago hanno invece redistribuito una parte delle quote in famiglia: a fine luglio la cassaforte B&D Holding è scesa dal 2,4% all'1,7% in base a un meccanismo previsto nei patti parasociali appena rinnovati che garantisce ai soci diretti di Novara di poter «liquidare», in finestre prestabilite, una parte del loro investimento in De Agostini. L'ad di quest'ultima, Lorenzo Pellicioli, ha però assicurato che «Generali è, e rimane, un investimento finanziario di medio-lungo periodo». Certo è che quando i Boroli-Drago comprarono, nel 2007, il valore di carico dell'investimento era di circa 25 euro. Vanno, infine, considerati i piccoli azionisti come Ferak, la holding della famiglia vicentina Amenduni partecipata anche da Palladio Finanziaria, che avrebbe alleggerito la sua partecipazione intorno all'1,5 per cento. E quando i prezzi lo consentiranno, altri titoli potrebbero essere ceduti.

La scomparsa del «salotto» e la trasformazione, di fatto, in una public company non esime comunque il management dal fare i conti con gli equilibri sul fronte della governance interna. Nei mesi scorsi, infatti, De Agostini e Caltagirone si sono espressi a favore del voto maggiorato che nelle società quotate viene assegnato a chi è socio da almeno 24 mesi. L'introduzione richiede, però, il «sì» dei due terzi dei soci in assemblea. Mediobanca ha sottolineato che la questione va «analizzata e condivisa» con i principali investitori istituzionali. Ma Blackrock ha già fatto muro: «Per noi rappresenta una problematica di tipo amministrativo e meccanicistico», ha detto Andrea Viganò, responsabile per l'Italia del big americano. Pronta la replica di Pellicioli che dalle pagine del Financial Times ha definito il punto di vista «un po'infantile, che si organizzino».

Il dibattito insomma è caldo. E le prossime assemblee potrebbero essere rese più vivaci anche dall'intervento dei proxy advisors, ovvero le società indipendenti che consigliano agli investitori istituzionali come votare su determinate delibere. Questa sarà la vera sfida nel gestire come una public company il terzo gruppo assicurativo al mondo.

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