Italia, da sette trimestri Pil in calo

Giù, sempre più giù. Giorno dopo giorno, mese dopo mese. Al tirar di somme, da sette trimestri consecutivi l'Italia non vede uno straccio di crescita. Altro che luce in fondo al tunnel: buio assoluto, un record negativo mai visto, almeno a scorrere le serie statistiche dell'Istat. In fondo, è una legge elementare dell'economia: se non produci e non consumi, se l'unica addizione possibile è la conta dei disoccupati in più, la ripresa è solo un miraggio. E allora, il primo trimestre è un altro inciampo, l'ennesima contrazione - questa volta dello 0,5% - a conferma di un 2013 tutto in salita. Senza futuri interventi di politica economica, l'intero anno ha già sulle spalle una decrescita acquisita dell'1,5%, dunque peggiore rispetto a quell'1,3% stimato dal governo. Se proprio non si vuole vedere il bicchiere vuoto, va detto che il calo trimestrale si è attenuato rispetto a ottobre-dicembre 2012 (-0,9%) e che la discesa del Pil è meno forte in confronto con l'anno precedente (-2,3% contro -2,8%).
Poco consolatorio, comunque. Tanto è vero che il ministro del Lavoro Enrico Giovannini, fino all'altro ieri numero uno dell'Istat, giudica gli ultimi dati «particolarmente gravi; ci confermano che il nostro sistema economico non solo non è ancora fuori dalla recessione, ma segna tassi di riduzione della produzione consistenti». Un tema su cui Giorgio Squinzi, imprenditore e capo di Confindustria, non può essere insensibile. Infatti, ecco le tre priorità: «La prima, e assoluta - spiega - , è il pagamento del debito della Pubblica amministrazione verso le imprese; la seconda, un intervento sul costo del lavoro; quindi, un'armonizzazione dell'intervento sull'Imu che ha un impatto sulle attività produttive» e cioè la tassa riguardante i capannoni.
Un'«agenda del fare» per il governo. Anche se i margini di manovra di Palazzo Chigi appaiono al momento ristretti. Sempre che l'ormai quasi certa uscita dell'Italia dalla procedura per deficit eccessivo, non consenta di ottenere spazi d'intervento maggiore. Ma l'allentamento della cappa di austerity potrebbe arrivare da un'intesa comunitaria, visto la morsa recessiva sta attanagliando Eurolandia. «La ripresa sta perdendo forza - è stato il richiamo ieri di Moody's - , in particolare nell'eurozona». Un monito scontato. La stima flash di Eurostat è come un verdetto atteso: nel primo trimestre il Pil nell'eurozona è rimasto per uno 0,2% sotto la linea di galleggiamento, mentre nell'Ue è sceso dello 0,1%. Inoltre, lo stato di crisi si è esteso ad aree finora rimaste immuni: la Francia è entrata in recessione (-0,2% tra gennaio e marzo, seconda flessione consecutiva), e la Germania si è salvata per un soffio (+0,1%); ma su base annua il calo è dell'1,4%, segno che i tedeschi faticano a controbilanciare con l'export extra-Ue l'indebolimento della domanda europea.
Quasi inutile ricordare l'indifferenza con cui i mercati stanno reagendo al deterioramento dell'economia. Che, tra i tanti effetti collaterali negativi, rischia di far salire il debito causa diminuzione del gettito fiscale. Borse dunque ancora in rialzo (+1% Milano), e tutto esaurito all'asta dei Btp a 30 anni. Il Tesoro ha raccolto senza sforzo sei miliardi di euro, a fronte di richieste per circa 13, a un tasso inferiore al 5% (4,985%). Con la fame di rendimenti innescata dalla liquidità messa a disposizione da Fed e Bank of Japan, non poteva andare altrimenti.

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